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Abi, le banche hanno 200 miliardi di sofferenze: il governo cerca unasoluzione

Banche in crisi: Il governo sta pensando ad un nuovo provvedimento per risolvere il problema delle sofferenze bancarie legato ai prestiti datati.

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Abi, le banche hanno 200 miliardi di sofferenze: il governo cerca una soluzione

Abi, le banche hanno 200 miliardi di sofferenze: il governo cerca una soluzione

articolo di : Iole Veltri

Che le banche non vivessero proprio un bel periodo ce ne eravamo accorti ma addirittura che a settembre avessero in pancia 200 miliardi di euro di sofferenze è un risultato negativo che da tempo, precisamente già da 20 anni non si registrava nel settore bancario. E’ quanto emerge dal rapporto mensile dell’Abi secondo cui le sofferenze nette sul totale dei prestiti sono aumentate rispetto a quelle dei mesi precedenti. Ma il problema non è solo questo perché a livello europeo, dopo una recente indagine della Bce che ha coinvolto anche 13 istituti italiani, vigilati da Francoforte, è emerso che ciò che sta mettendo in ginocchio molti istituti bancari riguarda in realtà l’organizzazione del governo societario delle banche. La Bce infatti, anche alla luce dei recenti scandali che hanno coinvolto in prima persona addirittura il governatore di Bankitalia, Visco, indagato in relazione alla vendita della Banca di Spoleto, ha lanciato un monito a tutte le banche italiane affinché trovino una soluzione non solo all’enorme quantità di debiti non pagati, ma anche al sistema della “governance interna” sempre più interessata da casi di “mala gestio finanziaria”.

Timidi segnali di ripresa all’orizzonte

E se da una parte c’è un declino non solo finanziario, ma anche in termini di onorabilità del mondo bancario, dall’altra timidi segnali di ripresa vengono alla luce, in relazione ai prestiti bancari concessi a famiglie e imprese e al boom delle erogazioni dei mutui. Nel bollettino mensile l’Abi menziona riguardo ai finanziamenti alle imprese un bel + 16,2% rispetto al periodo dell’anno precedente. Anche sul fronte dei prestiti alle famiglie ad agosto l’Abi registra una ripresa rispetto ai mesi scorsi ma lo stock degli impieghi a queste categorie a settembre mantiene un minimo segno meno: il calo delle erogazioni di denaro a famiglie e società non finanziarie è infatti dello 0,3%. Il totale dei prestiti al settore privato e alla pubblica amministrazione, invece, conferma il segno più a settembre (+0,26%).

Da registrare anche il dato relativo ai tassi sui mutui che sono scesi ai minimi storici. E se a fare da padrone è sempre il tasso fisso che rispetto a quello variabile viene preferito dai mutuatari in 2 casi su tre, il tasso dei mutui concessi alla famiglie registra una discesa pari al 2,66% (2,81% in agosto). Ciò ha consentito di fare in modo che da gennaio a settembre di quest’anno i nuovi mutui relativi all’acquisto di immobili crescessero del 92,1%. Questo segnale positivo è frutto anche di una politica che mira a far ripartire l’economia del mattone oramai da lungo tempo bistrattata dalle molteplici tasse, che scoraggiano gli investimenti nel settore case.

Il governo pensa ad un decreto per risolvere le sofferenze bancarie

Per quanto riguarda la raccolta bancaria, l’Abi segnala che mentre ancora in forte contrazione rimane la dinamica delle obbligazioni (13,8 per cento), i depositi sono cresciuti del 3,3 %. Intanto il governo, dopo una serie di consultazioni avvenute nei giorni scorsi con i vertici delle principali banche italiane ed anche Banca d’Italia, sta pensando di risolvere con una soluzione di sistema la questione delle sofferenze bancarie. Lo stesso governo, che si riunirà nei prossimi giorni in Consiglio dei Ministri, potrebbe affrontare il tema caldo del mercato “dell’incaglio bancario” attraverso l’emanazione di un decreto che riguarderà inoltre ii salvataggio bancario di Banca Marche, Cari Chieti, Banca Etruria e banca Cari Ferrara.

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Mutuo invalido se finalizzato ad acquisto di prodotti finanziari della stessa banca di dubbia redditività

Cassazione Civile, Sezione Sesta, ordinanza 30/09/2015 n° 19559 E’ invalido il mutuo concesso al cliente, il quale, con tale erogazione, acquista prodotti finanziari a fini previdenziali di dubbia redditività, emessi dalla stessa banca.

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La Cassazione ha stabilito che è in contrasto con i principi generali ricavabili dagli artt. 47 e 38 della Costituzione il contratto atipico mediante il quale la banca concede un mutuo ad un cliente per compiere operazioni di elevato rischio e dubbia redditività, ad esclusivo discapito del cliente – benché appartenenti alla stessa banca -,  e diversamente prospettati come rispondenti ad esigenze di previdenza complementare.

Il prodotto finanziario era stato presentato o proposto come “piano pensionistico integrativo a profilo di rischio molto basso e con possibilità di disinvestire in qualunque momento, senza alcun onere”: ne discende il coinvolgimento di principi fondamentali dell’ordinamento quali  gli artt. 38 e 47 della Costituzione, in punto di tutela del risparmio e di incoraggiamento delle forme di previdenza ance privata, che comporta anche la tutela dai caratteri decettivi o da rischi eccessivi rispetto alla finalità di assicurarsi un sostegno per il tempo in cui saranno venuti a cessare i redditi ordinari da attività di lavoro od impiego od impresa o professione

La Cassazione afferma che ritenere eliminata la passività dell’investitore per la sola facoltà di recedere integralmente in qualunque momento è un’evidente forzatura, attesa la rigidità ed il carattere complessivo dell’alternativa e la persistente impossibilità, per il cliente, di influire sulle concrete modalità di gestione, lasciate alla banca fin dal momento della composizione dei fondi di investimento e quindi di determinazione del relativo rischio con atto unilaterale del finanziatore anche in potenziale conflitto di interessi.

Un secondo monito della Cassazione è quello di inquadrare l’illecito non già nei due rispettivi scopi del contratto, ma nella commistione di entrambi.

Infatti, l’illecito non riguarda né il trasferimento del rischio dell’oscillazione del valore dei fondi né quello della insolvenza del cliente, in sé astrattamente legittimi, ma la commistione di essi e la finalizzazione dell’uno all’altro: combinazione che finisce con l’attribuire alla banca, a fronte della convinzione di controparte di avere assunto ragionevoli prospettive di investimenti a fini di previdenza complementare, appunto, il vantaggio della garanzia patrimoniale generale del cliente in ordine a quei titoli che essa stessa può avere individuato, soprattutto se in conflitto di interessi e se in concreto destinati ad esiti finanziari infausti o rovinosi.

A fondare il complessivo giudizio di non meritevolezza della causa concreta è la considerazione:

a) del prepotere della finanziatrice, consistente nella concessione ad essa della facoltà di unilaterale e discrezionale determinazione della composizione dei fondi, anche in posizione di conflitto di interesse e segnatamente, potendo così essa, in teoria o in astratto, includervi titoli di redditività particolarmente dubbia;

b) dell’evidente rigidità del contestuale finanziamento concesso, soprattutto se a tasso fisso e senza possibilità di modificarlo in corso di rapporto, per un tempo ragguardevole;

c) delle finalità della controparte del piano come sollecitazione o valida considerazione delle sue aspettative di natura lato sensu previdenziale.

 

fonte: altalex.com

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Ok alla confisca per la banca che opera interessi illegittimi

La banca finisce sotto inchiesta per usura aggravata, e il sequestro finalizzato alla confisca, dopo la denuncia di due aziende che sostenevano di aver pagato interessi oltre la soglia, è stato autorizzato. Questo nella sentenza del 17 novembre 2015, n. 45642, con la quale i Giudici della Cassazione hanno condannato la banca, la quale sosteneva come la confisca, e prima ancora il sequestro, poteva essere disposta solo se il debitore avesse rimborsato il capitale che gli era stato erogato, e corrisposto tanto gli interessi legittimi quanto quelli oltre soglia.

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 Ok alla confisca per la banca che opera interessi illegittimi

Ok alla confisca per la banca che opera interessi illegittimi

La banca finisce sotto inchiesta per usura aggravata, e il sequestro finalizzato alla confisca, dopo la denuncia di due aziende che sostenevano di aver pagato interessi oltre la soglia, è stato autorizzato. Questo nella sentenza del 17 novembre 2015, n. 45642, con la quale i Giudici della Cassazione hanno condannato la banca, la quale sosteneva come la confisca, e prima ancora il sequestro, poteva essere disposta solo se il debitore avesse rimborsato il capitale che gli era stato erogato, e corrisposto tanto gli interessi legittimi quanto quelli oltre soglia.

“Corretto è il richiamo all’assunto di questa Corte Suprema – si legge in sentenza – secondo il quale in tema di usura, il profitto confiscabile ai sensi dell’art. 644 c.p., ultimo comma (sull’usura, per l’appunto, ndr), identificandosi secondo la generale nozione di profitto del reato nell’effettivo arricchimento patrimoniale già conseguito, ed in rapporto di immediata e diretta derivazione causale dalla condotta illecita concretamente contestata, coincide con gli interessi usurari concretamente corrisposti”.

Tale principio, hanno illustrato gli Ermellini, deve essere completato con quanto emerso dalla sentenza menzionata, riassunto nella massima relativa secondo la quale devono essere intesi nel concetto di interessi usurari concretamente corrisposti anche quelli “eventualmente corrisposti”; e ciò anche con la consegna di titoli a credito, essendo invece irrilevante che questi ultimi siano stati utilizzati o riscossi. Gli Ermellini hanno evidenziato esattamente quanto denunciato dalle due aziende: nel rapporto banca-correntista, è evidente come gli interessi usurari siano stati effettivamente corrisposti, determinando per la banca il conseguimento di un profitto.

“In sostanza – hanno sottolineato i Giudici – se come è stato evidenziato, la concreta corresponsione degli interessi può anche consistere nell’emissione di un titolo di credito a favore del supposto usuraio ed indipendentemente dal fatto che detto titolo sia stato poi utilizzato o posto all’incasso, tale situazione è del tutto assimilabile a quella del rapporto tra correntista ed istituto bancario laddove attraverso la stipulazione del relativo contratto la banca finisce per contabilizzare a proprio favore la voce passiva degli interessi (nella specie usurari) a carico del cliente”.

fonte: lastampa.it

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Cambi conto in banca? Ecco come incassare fino a 7mila euro

Le banche si fanno la guerra e il risultato sono bonus e interessi maggiorati che possono far guadagnare un tesoretto ai clienti

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Cambi conto in banca? Ecco come incassare fino a 7mila euro

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ROMA – Se tradisci la tua vecchia banca puoi incassare fino a 7mila euro cambiando conto corrente. Sandra Riccio sul Secolo XIX spiega che molte banche sono disposte ad attrarre nuovi clienti con ricchi bonus e interessi più alti sui risparmi, con la proposta quindi di conti correnti decisamente più vantaggiosi.

Il Secolo XIX scrive che nella battaglia tra le banche per ampliare la clientela, proprio i clienti potrebbero essere coloro che guadagnano di più dalla situazione:

“In questa battaglia tra istituti, a beneficiarne potrebbe essere proprio il consumatore. A patto che legga bene tutte le condizioni. Molte volte si tratta, infatti, di promozioni a tempo che scadono in pochi mesi. Gli interessi sono quindi sì più alti ma l’extra dura poco. Inoltre per avere il premio (quasi sempre sotto forma di buono di acquisto) occorre essere disposti a offrire qualcosa in cambio: quasi sempre l’accredito sul nuovo conto di uno stipendio, di una pensione o di diverse migliaia di euro di risparmi.

Di sicuro la nuova norma che permette di cambiare banca in appena 12 giorni ha facilitato il percorso da una banca all’altra e nel 2015 moltissimi correntisti hanno scelto di aprire un nuovo conto grazie ai bonus di benvenuto.

Quali sono le offerte per chi ancora non l’ha fatto? La lista è lunga soprattutto tra gli istituti online. Iw Bank (gruppo Ubi) promette fino a 7mila euro in voucher per lo shopping a chi porta nuova liquidità in banca (almeno 25mila euro). Non basta però un semplice bonifico, occorre anche investire i capitali freschi in prodotti di risparmio gestito e aspettare che maturi il diritto al premio (i bonus si accumulano giornalmente)”.

fonte: blitzquotidiano.it

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Direttore di banca licenziato e a processo

Imputazione coatta con l’accusa di appropriazione indebita aggravata per il responsabile della sede Unicredit

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Direttore di banca licenziato e a processo

Direttore di banca licenziato e a processo

DOMEGGE. Il direttore di banca è stato licenziato. È accusato di appropriazione indebita aggravata, in due occasioni, per somme molto importanti. E adesso Unicredit gli chiede indietro i soldi. Mentre Piergiorgio Dell’Agostin è difeso dall’avvocato Antinucci, l’istituto di credito nazionale si è costituito parte civile con lo studio Iovino. C’è un’imputazione coatta: il pubblico ministero titolare dell’inchiesta aveva infatti chiesto l’archiviazione invece del rinvio a giudizio, ma il giudice per le udienze preliminari ha ordinato la formulazione del capo d’imputazione. Si andrà a processo: e difatti ieri c’è stata l’udienza filtro, davanti al giudice Coniglio, che ha letto un lungo e complicato capo d’imputazione, e al pubblico ministero Rossi.

I primi fatti contestati riguardano il periodo tra il settembre 2007 e l’ottobre 2009, nell’agenzia cadorina di Domegge. Dell’Agostin avrebbe permesso a una cliente con un conto corrente di operare in rosso fino a più di 900 mila euro, per fare investimenti con strumenti finanziari ad alto rischio. I covered warrant, in italiano i derivati, quelli che derivano il loro valore dall’andamento del prezzo di una attività sottostante, di solito azioni, indici, valute o materie prime. Sono scommesse molto rischiose, che difficilmente i bancari consigliano ai clienti. Secondo l’accusa, l’uomo concedeva fidi non autorizzati dalla banca, appropriandosi di questi soldi, che aveva a disposizione grazie alla sua posizione. Il danno patrimoniale risulta molto rilevante.

Gli altri fatti che vengono contestati all’uomo coprono un anno intero, dal gennaio 2008 al gennaio 2009: avrebbe fatto operazioni non autorizzate di investimento con gli stessi derivati su un conto corrente intestato a suo padre. E si sarebbe appropriato di una somma tra i 350 e i 400 mila euro, che apparteneva a Unicredit, ma della quale disponeva, grazie al ruolo di primo piano che ricopriva. La filtro, che ha aperto il dibattimento, serviva solo ad ammettere le liste dei testimoni di accusa e difesa. Antinucci ne ha proposti otto, perché fanno parte di una filiera e bisognerebbe ascoltarli tutti, per farsi un’idea il più possibile precisa di quello che è successo oppure non è successo.

Il pm Rossi ha proposto i propri e il giudice ha rinviato al 14 marzo, quando si comincerà a sentire giusto questi. Sarà poi il nuovo giudice onorario del tribunale Berletti a fissare le udienze successive, nelle quali sentire tutte le prove della difesa. Intanto, la banca fa sapere, attraverso l’ufficio stampa, che i fatti sono emersi attraverso un controllo e che il dipendente è stato
licenziato in tronco, per giusta causa. La seconda iniziativa della direzione della banca è stata quella di presentare un esposto in procura della Repubblica, che ha messo in moto le indagini. Richiesta di archiviazione, ma imputazione coatta e processo per appropriazione indebita aggravata

fonte : corrierealpi.it

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Popolare di Vicenza, parte la mediazione: a Udine chiesti 2,5 milioni

L’Adusbef sta curando la procedura in Camera di commercio per nove risparmiatori. L’avvocato Colautti: «Prodromiche alle cause di merito davanti al giudice civile»     Popolare di Vicenza, parte la mediazione: a Udine chiesti 2,5 milioni UDINE. I casi già…

Monte dei Paschi, riaperta inchiesta sulla morte di David Rossi dopo nuove perizie

La tesi dell’avvocato Luca Goracci è che l’ex capo della comunicazione dell’istituto, morto il 6 marzo 2012 dopo essere volato giù dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni, sia stato “prima colpito alla testa e poi buttato da almeno due persone”. L’indagine venne chiusa nel marzo 2014 catalogando la morte come suicidio

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“Sarebbe stato prima colpito alla testa e poi buttato dalla finestra almeno da due persone”. È la tesi, sostenuta da tre perizie, rappresentata dall’avvocato Luca Goracci alla Procura di Siena, che ha deciso di riaprire il caso sulla morte di David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena deceduto il 6 marzo 2013 dopo essere volato giù dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni. L’istanza di riapertura era stata depositata dal legale della vedova di Rossi, Antonella Tognazzi, dieci giorni fa, e oggi il procuratore della Repubblica Salvatore Vitello, in accordo con il sostituto Andrea Boni, ha deciso di ricominciare a indagare sul caso che finora era sempre stato catalogato come suicidio.

Invece secondo le perizie grafologica, medico legale e dinamico-fisica sulla caduta – già “oggetto di valutazione” da parte della Procura e che hanno portato alla decisione di ricominciare a indagare “sui temi di prova evidenziati” – la caduta di Rossi non sarebbe stata accidentale. Le indagini di parte, che saranno presentate alla stampa martedì a Roma, avrebbero evidenziato che i tre biglietti di addio alla moglie, ritrovati nel cestino dell’ufficio del capo comunicazione della banca senese, sarebbero stati scritti “sotto coercizione fisica o psichica”, sostiene la perizia del professor Giuseppe Sofia, già collaboratore di numerose procure italiane. E un ulteriore segno che dimostrerebbe come le lettere d’addio non siano state scritte da Rossi sarebbero le ecchimosi sulle braccia riscontrate nell’esame autoptico “chiaro segno di afferramento”. Oltre all’analisi dei filmati delle telecamere di sicurezza che confermerebbero, secondo i tecnici della difesa, come la prima analisi della caduta fosse errata.

Rossi fu ritrovato cadavere sul selciato del vicolo di Monte Pio, attorno alle 20 del 6 marzo di due anni fa, nel pieno della bufera per lo scandalo derivati che coinvolse il Monte dei Paschi fino agli ex vertici, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni. L’indagine venne chiusa nel marzo 2014 catalogando come “suicidio” la morte del capo comunicazione della banca senese. E poco più di un anno fa, il 10 novembre 2014, la Procura generale aveva rigettato la prima richiesta dei famigliari per la riapertura dell’inchiesta. Nei giorni immediatamente successivi alla morte, i magistrati toscani avevano anche ricevuto un esposto dell’ex consigliere di amministrazione di Mps, Michele Briamonte, che chiedeva di verificare un’eventuale connessione tra la morte di Rossi e la pubblicazione da parte dell’agenzia di stampa Reuters, tra le 18.49 e le 18.58 di quel giorno, di due lanci riguardo la quantificazione del danno richiesto da Mps a Nomura e Deutsche Bank, oltre che a Mussari e Vigni. Una cifra (1,2 miliardi di euro) che in quel momento, secondo Briamonte, era nota a pochissime persone.

fonte: ilfattoquotidiano.it

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Anatocismo, sentenza favorevole a un’impresa molisana

Una banca ha applicato illegittimamente la capitalizzazione trimestrale degli interessi sul conto di un imprenditore del capoluogo. L’istituto di credito condannato a pagare oltre 200mila euro

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È del 10 novembre la sentenza della Corte di Appello di Campobasso a favore di un’impresa del capoluogo che, tramite l’avvocato Aldo De Benedittis, aveva contestato ad una banca di interesse nazionale, con la quale aveva intrattenuto un rapporto di conto corrente per diversi anni, l’applicazione illegittima della capitalizzazione trimestrale degli interessi, spese di tenuta conto, commissioni di massimo scoperto e valute (anatocismo).

Con procedimento conclusosi davanti al Tribunale di Campobasso venivano riconosciute le contestazioni lamentate e la banca veniva condannata a pagare oltre 200mila euro.

Parzialmente soddisfatto dell’esito del giudizio di primo grado, l’avvocato Aldo De Benedittis proponeva appello avverso la relativa sentenza , chiedendo la restituzione di maggiori somme non considerate dal Giudice di primo grado.

Con sentenza del 10 Novembre 2015 la Corte di Appello di Campobasso (Cons. Pres. Di Croce,Cons.Rel. Carosella,e Cons. Parise) accoglieva l’appello proposto condannando la banca al pagamento di ulteriori 110 mila euro, oltre interessi legali dalla domanda ,oltre alle spese di giudizio.

Si tratta di un ulteriore successo raggiunto a favore dei consumatori e delle imprese molisane contro lo strapotere del sistema bancario.

fonte: primapaginamolise.it

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BCE, il colossale fallimento del quantitative easing,l’eurozona è piùdebole che mai

Dopo otto mesi di quantitative easing, l’eurozona è più debole che mai. Ecco perché.

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di Thomas Fazi 

A più di otto mesi dall’avvio del programma di quantitative easing della BCE, Mario Draghi e i vari leader nazionali non paiono avere dubbi: «Il programma è stato un successo». Ma tutto questo entusiasmo è giustificato? Guardiamo i numeri. Partiamo dal tasso d’inflazione. Com’è noto, il mandato della BCE prevede un solo obiettivo – il mantenimento del tasso d’inflazione ad un livello vicino al 2 per cento – ed è dunque normale giudicare l’operato della banca centrale innanzitutto in base a questo parametro, anche perché uno degli obiettivi dichiarati del QE è proprio quello di far riavvicinare l’inflazione all’obiettivo del 2 per cento. Bene, da questo punto di vista i dati parlano chiaro: ad ottobre l’inflazione è tornata negativa (-0,1 per cento, manco a farlo apposta esattamente lo stesso livello registrato a marzo di quest’anno, quando la BCE ha avviato il suo programma di acquisto titoli).

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Ma sarebbe un errore attaccarsi allo “zero virgola”. La situazione è ben più grave, infatti: la verità è che è il tasso d’inflazione medio dell’eurozona, senza considerare gli enormi differenziali di inflazione tra paesi, è inferiore all’obiettivo dichiarato del 2 per cento dalla fine del 2012 e inferiore all’1,5 per cento – sotto il quale possiamo parlare de facto di deflazione – dall’inizio del 2013. In altre parole, da quasi tre anni.

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Se prendiamo il tasso di crescita del PIL dell’area euro, i risultati sono ancora più impietosi: come possiamo vedere nella seguente immagine, esso inizia nuovamente a contrarsi – ponendo così fine alla modestissima risalita iniziata nel 2014 – proprio qualche mese dopo l’avvio, nel marzo del 2015, del programma di quantitative easing della BCE.

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Questi dati sarebbero sufficienti per dichiarare il QE un colossale fallimento, e per chiosare qui con un bel “dimissioni e tutti a casa”. Ma cerchiamo di capire perché il QE “all’europea” si è rivelato un tale fallimento. A monte c’è senz’altro il rifiuto – assurdo e ingiustificabile – di sfruttare quello che è probabilmente il principale beneficio del quantitative easing – l’abbassamento dei tassi d’interesse sui titoli di Stato – per realizzare politiche fiscale espansive, come hanno fatto gli Stati Uniti in seguito alla crisi finanziaria (e come viene ormai invocato anche da esponenti di spicco del mainstream economico).

Draghi e gli altri dell’establishment europeo, infatti, continuano a confidare nella capacità delle politiche monetarie di stimolare l’economia da sé – ossia senza scomodare l’odiato settore pubblico –, attraverso l’aumento dell’accesso al credito (in virtù del miglioramento dello stato patrimoniale delle banche e dell’abbassamento dei tassi di interesse) e la svalutazione del tasso di cambio, al fine di agevolare le esportazioni. Ma i dati – e non solo quelli “macro” sopraelencati – smentiscono categoricamente questa ipotesi.

Prendiamo il credito bancario. Anche se in lieve ripresa – e accettando la discutibile premessa secondo cui la ripresa dell’economia dipende necessariamente dalla ripresa del credito – esso continua a viaggiare ben al di sotto dei livelli necessari. Come possiamo vedere nella seguente immagine, tratta da un recente report della BCE, il grosso dell’incremento della massa monetaria (M3) dell’eurozona nell’ultimo anno e mezzo è imputabile soprattutto al credito verso il settore pubblico (tranche blu) – il debito pubblico dell’eurozona, infatti, continua inesorabilmente a crescere, sia in termini assoluti che in relazione al PIL –, non al credito verso il settore il settore privato (tranche arancione).

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Secondo un recente sondaggio realizzato da Commerzbank, infatti, il quantitative easing non ha contribuito pressoché per nulla ad aumentare il credito all’economia (famiglie e imprese). L’85 per cento delle banche consultate ha dichiarato di non aver incrementato i prestiti in seguito all’avvio del programma di QE, nonostante l’aumento della liquidità, e la quasi totalità di esse ha descritto l’impatto del QE come nullo.

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Questo conferma quello che la teoria post-keynesiana va dicendo da tempo: ossia che le banche non sono intermediarie tra i risparmiatori e i mutuatari, cioè non prestano i depositi dei risparmiatori, né tanto meno “moltiplicano” le riserve fornite loro dalla banca centrale. Al contrario, sono i prestiti a creare la moneta, e i principali fattori che le banche prendono in considerazione prima di effettuare un prestito sono i propri potenziali profitti e la capacità di rimborso del mutuatario. Questo è il motivo per cui in un contesto in cui la domanda e la crescita ristagnano – e dunque le prospettive di guadagno offerte dall’economia reale sono misere – da un lato le banche sono riluttanti a investire e a concedere prestiti, a prescindere dalle flebo delle banche centrali, e dall’altro le famiglie e le imprese sono poco inclini a indebitarsi.

Soprattutto se consideriamo che il tasso d’interesse sui prestiti alle famiglie e alle imprese (rappresentato dalle due linee blu nella seguente immagine, dove il riquadro a sinistra rappresenta il tasso per le imprese e quello a destra il tasso per le famiglie) continua ad essere relativamente alto – poco superiore al 2 per cento, a fronte di tassi d’inflazione vicini allo zero o addirittura negativi in vari paesi dell’eurozona – nonostante il costo del denaro – il tasso d’interesse del denaro prestato alle banche stesse dalla BCE – sia ai minimi storici (0,05 per cento, praticamente zero).

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Sintomo e allo stesso tempo concausa del calo dei prestiti, e più in generale della crisi in corso, è la crescita vertiginosa delle sofferenze bancarie, ossia dei crediti bancari la cui riscossione non è certa. Secondo un recente studio pubblicato su VoxEU.org, le banche del continente avevano in pancia, a fine 2014, crediti di difficile riscossione (non-performing loans) pari all’incredibile somma di circa 1,2 trilioni di euro, pari al 9 per cento del PIL dell’UE e più del doppio del livello del 2009. I paesi maggiormente interessati dal fenomeno sono l’Italia, la Grecia, il Portogallo e Cipro.

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Trattasi di un dato estremamente preoccupante sia per la stabilità finanziaria dell’Europa che per le prospettive di ripresa del continente poiché, come si legge nello studio, «un alto livello di crediti di difficile riscossione tende a… ridurre la crescita del PIL ed aumentare la disoccupazione». È evidente che questa è una conseguenza diretta delle misure di austerità perseguite negli ultimi anni, che non hanno fatto che acuire la recessione nei paesi della periferia, peggiorando i bilanci delle famiglie e delle imprese (che fanno sempre più fatica a ripagare i debiti contratti con le banche) e di conseguenza i bilanci delle banche stesse. Di fronte a una situazione di questo tipo, le politiche di quantitative easing rappresentano poco più di una toppa (e anzi secondo alcuni studi avrebbero addirittura impattato negativamente sulla redditività delle banche, a causa della riduzione dei tassi d’interesse).

Questo spiega in parte la moria silenziosa delle banche europee a cui abbiamo assistito dal 2008 in poi. Nel recente Report on financial structures della BCE si evince che a fine 2014 vi erano 5.614 istituzioni creditizie nell’eurozona, a fronte dei 6.054 di fine 2013 e di ben 6.774 della fine del 2008. In altre parole, sono più di 1.000 gli istituti che sono scomparsi dall’inizio della crisi.

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In conclusione, risulta evidente che ci troviamo in presenza di un sistema finanziario al contempo più concentrato (e dunque più too big to fail) ma anche più fragile, e di conseguenza sempre meno in grado di sostenere l’economia reale. In un contesto di questo tipo, sperare di “invogliare” le banche a prestare di più attraverso il quantitative easing è una pia illusione.

E che dire del secondo canale attraverso cui dovrebbe agire il QE della BCE, la svalutazione del tasso di cambio con l’obiettivo di agevolare le esportazioni? L’eurozona già presenta un surplus delle partite correnti del 3,7 per cento, il più grande del mondo in termini assoluti, e si prevede che rimarrà a tali livelli nel corso dei prossimi anni. Un possibile nuovo round di allentamento monetario da parte della BCE potrebbe farlo aumentare ulteriormente. Questa politica non è sostenibile nel medio-lungo termine per una serie di motivi. Primo, perché si nutre proprio della carenza di domanda interna e dell’alto tasso di disoccupazione causato dalla persistente crisi europea. Secondo, perché necessita che ci siano altri paesi o regioni disposti ad accumulare ampi deficit delle partite correnti. Tradizionalmente sono stati gli USA a interpretare il ruolo di “consumatore di ultima istanza” del mondo, ma non è realistico aspettarsi che essi continuino ad assorbire allo stesso tempo le eccedenze produttive di due giganti come Cina ed Europa (a tal proposito si veda il durissimo j’accuse del Wall Street Journal contro le politiche neomercantiliste dell’eurozona).

Per concludere, l’eurozona non ha bisogno di un’ulteriore dose di quantitative easing. Ha bisogno di un’espansione fiscale che immetta denaro direttamente nell’economia e rilanci la domanda, bypassando un settore finanziario sempre più a pezzi.

fonte : eunews.it
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Usura: da quando decorre la prescrizione?

Cassazione penale, sez. II, sentenza 08/10/2015 n° 40380 – Il delitto di usura è reato a condotta frazionata o a consumazione prolungata, costituito da due fattispecie (destinate strutturalmente l’una ad assorbire l’altra con l’esecuzione della pattuizione usuraria) aventi in comune l’induzione del soggetto passivo alla pattuizione di interessi od altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, delle quali l’una è caratterizzata dal conseguimento del profitto illecito e l’altra dalla sola accettazione del sinallagma ad esso preordinato.

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Usura: da quando decorre la prescrizione?

Usura: da quando decorre la prescrizione?

Il delitto di usura è reato a condotta frazionata o a consumazione prolungata, costituito da due fattispecie (destinate strutturalmente l’una ad assorbire l’altra con l’esecuzione della pattuizione usuraria) aventi in comune l’induzione del soggetto passivo alla pattuizione di interessi od altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, delle quali l’una è caratterizzata dal conseguimento del profitto illecito e l’altra dalla sola accettazione del sinallagma ad esso preordinato.

Nella prima, il verificarsi dell’evento lesivo del patrimonio altrui si atteggia non già ad effetto del reato, più o meno esteso nel tempo in relazione all’eventuale rateizzazione del debito, bensì ad elemento costitutivo dell’illecito il quale, nel caso di integrale adempimento dell’obbligazione usuraria, si consuma con il pagamento del debito. Nella seconda, invece, che si verifica quando la promessa del corrispettivo, in tutto o in parte, non viene mantenuta, il reato si perfeziona con la sola accettazione dell’obbligazione rimasta inadempiuta.

L’induzione di un soggetto alla pattuizione di interessi o altri vantaggi usurari può seguire, in rerum natura, iter differenti ed avere sbocchi differenti. Nella sentenza emarginata si segnalano due particolari vicende alternative: l’ipotesi in cui l’induzione conduca ad una pattuizione usuraria e l’ipotesi in cui detta pattuizione sia seguita dalla relativa esecuzione. In questo il diritto si limita a recepire un dato di realtà, sul quale si  conforma l’applicazione delle norme.  Così, il naturale sviluppo di un’illecita pattuizione è nel conferimento di interessi o vantaggi usurari; analoga attenzione va rivolta a una minor evoluzione del decorso causale, che per ipotesi si fermi al dato della conclusione di un accordo sul riconoscimento dei illeciti profitti o vantaggi.

In diritto, appare pertanto innegabile che il conseguimento di un profitto illecito, quale corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, si ponga quale modello di riferimento del fatto di usura, quanto meno sul piano empirico criminologico. Nondimeno incombe all’interprete verificare che la soglia di rilevanza penale venga superata solo con il conseguimento del profitto o vantaggio, quale posterius indefettibile dell’illecita pattuizione. La mera pattuizione risulterebbe, conseguentemente, irrilevante.  In termini concettuali, occorre distinguere l’escussione degli interessi o vantaggi  quale evento del reato (imprescindibile per l’assunzione di responsabilità penale) e quale effetto (mero fattore causale ulteriore rispetto al nucleo essenziale del reato).
Va detto che la Cassazione non assume un indirizzo restrittivo, bensì prefigura una tutela (anche) anticipata del fatto di usura, ritenendo che la creazione del sinallagma contrattuale integri di per sé un fatto penalmente rilevante.

Nel caso di specie, il ragionamento oltrepassa questo profilo, per involgere, oltre alla struttura del reato, in sé considerata, le ricadute sul funzionamento di un istituto chiave qual è la prescrizione.

A tal fine, la consumazione del reato viene “posticipata”, se la pattuizione ha esecuzione, al momento del conseguimento e/o conferimento degli interessi o vantaggi usurari, e per la precisione viene individuata nelle circostanze fattuali dell’ultimo episodio. Così, il soggetto che si trovi ad “incassare” profitti illeciti, anche a distanza di tempo dalla pattuizione illecita, non potrà beneficiare del tempo decorso dalla conclusione del sinallagma illecito per rilevare l’intervenuta prescrizione del reato.

Tale soluzione risponde indubbiamente a buon senso, ma si raccorda anche ai capisaldi del sistema penale, se è vero che ogni dazione successiva alla pattuizione illecita rinnova ed attualizza il disvalore oggettivo e soggettivo. Da un lato, infatti, sotto il profilo dell’offesa ci si può rappresentare una parcellizzazione dell’evento conseguente all’accordo, giungendo a considerare ogni dazione come frazione del tutto. In tal senso si può tener conto anche della circostanza per cui l’esezione della pattuizione non è l’explicit necessario del reato. Al contempo, sotto il profilo della colpevolezza, appare evidente che ogni episodio rappresenta una manifestazione di scelta (rimproverabile) dell’illecito, da parte dell’individuo, provvista del carattere dell’attualità.

In sintesi, nelle parole del Supremo Collegio, “la consumazione del reato non è limitata al momento della pattuizione originaria, ma si prolunga al momento in cui – in seguito alla pattuizione in questione – si verifichi effettiva riscossione degli interessi o il concreto conseguimento dei vantaggi usurari”.

Ad integrazione delle considerazioni svolte va segnalato che la distinzione tracciata dalla Suprema Corte richiama due possibili manifestazioni del fatto incriminato a titolo di usura, secondo la logica delle fattispecie alternative: per l’integrazione del reato è sufficiente che si riscontri una delle due modalità del fatto; il riscontro di entrambe le modalità non implica un concorso di reati, sicché il soggetto che se ne sia reso autore risponde per aver commesso un solo reato. Lo chiarisce la stessa Cassazione nel precisare che le due fattispecie sono “destinate strutturalmente l’una ad assorbire l’altra con l’esecuzione della pattuizione usuraria”.

fonte: altalex.com

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