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Pop Vicenza e Veneto Banca: conviene rimanere correntisti?

Che fare se si è correntisti di Veneto Banca o Banca Popolare di Vicenza, le due banche venete che non versano affatto in buone acque? Rimanere correntisti oppure chiudere il conto? A dare una risposta a questo grande interrogativo è un articolo…

Questo l’articolo del Messaggero Veneto sull’incontro di Ieri a Udine con gli azionisti di BPvi e Veneto Banca.

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Banche: il trucchetto dell’ABI sulle sofferenze che non risolve i nostri problemi

Banche: il trucchetto dell’ABI sulle sofferenze che non risolve i nostri problemi:

Il settore bancario italiano è nell’occhio del ciclone a causa di profonde fragilità e della gestione maldestra delle crisi. L’ABI, nel tentativo di mascherare queste fragilità, ha modificato la tipologia di dati che fornisce, rendendo, se possibile, il tutto ancor più ridicolo.

Tutti coloro che possono contare su uno stipendio a fine mese conoscono bene la differenza tra netto e lordo.
E sanno che sostituirne uno con l’altro può cambiare la percezione di
chi ascolta, ma non cambia la sostanza di quanti soldi ci mettiamo in
tasca a fine mese
. Dopo 24 mesi di governo Renzi gli italiani
hanno imparato quanto il premier Renzi e il suo Ministro dell’Economia
Padoan si divertano a cambiare le carte in tavola con trucchetti
contabili o semantici.

E seguire l’esempio della politica, questa volta è stata
l’ABI, l’associazione bancaria italiana. Dall’inizio del 2016 il sistema
bancario europeo, ma in modo particolare italiano è al centro di una
tempesta finanziaria e politica senza precedenti. Il decreto salvabanche
del 22 novembre scorso, le nuove regole europee sui salvataggi e soprattutto la montagna di crediti in sofferenza che appesantiscono le banche hanno scatenato un’ondata ribassista sui mercati.

Così l’ABI, dopo aver realizzato che l’accordo trovato dal
Padoan con Bruxelles sulla bad bank all’italiana porterà pochi o punti
benefici alle banche, ha deciso di intervenire con un trucchetto
contabile degno del miglior Udinì. Nel tentativo di far sparire parte di
quei 200 miliardi di sofferenze in pancia alle banche italiane l’ABI, nel suo bollettino mensile sul credito, ha pensato bene di eliminare il dato lordo e riportare soltanto il netto.

Secondo il vice direttore generale dell’associazione
Gianfranco Torriero, infatti, il dati lordo della sofferenze italiane
sarebbe “fuorviante” per gli istituti internazionali e
il mercato come se BCE, Commissione europea e operatori non conoscessero
la differenza tra sofferenze al lordo o al netto.

Il dato quindi a prima vista risulta parecchio più contenuto. Finora il bollettino mensile dell’ABI indicava lo stock di sofferenze pari a 200 miliardi di euro e i 150 miliardi di crediti incagliati cioè
soldi erogati sottoforma di prestiti o mutui la cui riscossione è in
bilico. I crediti incagliati, in pratica, possono trasformarsi in vere e
proprie sofferenze se le possibilità di essere rimborsari svaniscono
totalmente o tornare in bonis se il debitore riesce a ripagare il suo
debito.

Dal report di febbraio in poi, l’ABI indicherà soltanto le sofferenze nette, cioè al netto delle svalutazioni fatte dalle banche mettendole a bilancio. In
pratica in presenza di 350 miliardi di crediti deteriorati
(sofferenze+incagli) e 200 miliardi di sofferenze, l’ABI ha pubblicato
soltanto il dato di 89 miliardi di sofferenze nette. Un dato certamente rassicurante per coloro che non intuiscono il trucchetto che c’è dietro.

Passare all’improssivo dal lordo al netto può avere un qualche
impatto sui cittadini che leggono nei titoloni dei giornali un numero
meno preoccupante, ma cosa dovrebbe cambiare per BCE e mercati? È
un’offesa all’intelligenza degli operatori economici pensare che
passando dal dato lordo al netto delle sofferenze si possa
tranquillizzare BCE e Borsa sulla disastrosa condizione delle banche
italiane.
Nonostante i tentativi disperati dell’ABI, i 350
miliardi di crediti deteriorati delle banche italiane ormai sono il
segreto di Pulcinella.

Ovviamente la pensata dell’ABI ha raccolto il plauso del Ministro del
Tesoro Padoan che da tempo parla soltanto di sofferenze nette per
tentare di tranquillizzare i mercati. D’altronde il governo Renzi
conosce bene questi trucchetti avendoli utilizzati per il calcolo del
debito pubblico e della pressione fiscale e, quasi quotidianamente, per
la valutazione del mercato del lavoro.

Purtroppo in Italia i dati sull’occupazione arrivano dal Ministero
del Lavoro, dall’INPS e dall’ISTAT ognuno dei quali calcolati secondo
metodi diversi. Ma la politica chissà perchè preferisce sottolineare il dato dei nuovi contratti e non quello degli occupati essendo il primo sempre più alto del secondo
(perchè si calcolano anche le trasformazioni e soprattutto il
lavoratore che nel corso dell’anno ha firmato più di un contratto).

Le questioni sono molto diverse, è ovvio, ma alla base c’è lo stesso principio di
prendere il dato che fa più comodo per convincere chi ascolta che la
condizione della banche, così come quella della disoccupazione non è
così grave.
Il problema è che i giochetti di prestigio non cambiano la realtà delle cose.

Il sistema bancario italiano è gravato da una quantità di sofferenze
che non ha uguali in Europa, circa il doppio della media comunitaria. E
inoltre sarebbe interessante capire il destino di quei 150 miliardi di
incagli che, senza una vera ripresa dell’economia, rischiano di andare
ad ingrossare le fila delle sofferenze. A questo si aggiunge una
maldestra gestione delle crisi bancarie e della nuova normativa europea e
un’accordo Roma-Bruxelles sulla bad bank che rasenta l’inutilità più
assoluta. Se i mercati continuano a tenere sotto pressione il
settore bancario italiano è perchè attualmente è l’anello più debole
dell’economia comunitaria. E non saranno certamente i trucchetti
contabili a risolvere il problema.

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Aste: addio al pignoramento dopo il quarto tentativo

Aste: addio al pignoramento dopo il quarto tentativo

Tre tentativi di vendita e uno a prezzo libero e immobile vuoto. Questo prevede la riforma del processo civile che ha ricevuto il via libera della Commissione giustizia

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di Valeria Zeppilli – Nei giorni scorsi, la nuova riforma del processo civile ha avuto il via libera della commissione giustizia della camera. E un ulteriore passo avanti verso la definitiva approvazione delle novità è stato compiuto (leggi: “Processo civile: la riforma spiegata punto per punto“).
Uno degli aspetti maggiormente interessanti del testo licenziato è, senz’altro, quella che pone il limite di quattro aste per la validità della procedura esecutiva immobiliare.

Ciò vuol dire che, dopo che siano state vanamente tentate tre aste, se anche la quarta va deserta il debitore potrà riappropriarsi ufficialmente della propria casa, nuovamente libera dall’esecuzione. E il creditore dovrà cercare altri beni se vorrà tentare comunque di soddisfare i suoi diritti.
Tuttavia, detta in questo modo sembra quasi troppo semplice per il debitore. Ma così non è. Il testo approvato, infatti, prevede anche che il quarto esperimento, proprio per il particolare ruolo che dovrebbe rivestire, venga sottoposto a una precisa regolamentazione: esso va fatto a prezzo libero. E, perlopiù, solo dopo che il debitore abbia liberato l’immobile.
Gli obiettivi delle due limitazioni sono evidentemente quello di incentivare la partecipazione all’asta da parte di più offerenti e quello di arginare il rischio che la causa che renda infruttuosi i tentativi di vendita sia da rinvenire nell’eventuale presenza nell’immobile dello “scomodo” inquilino.
Prosegue, insomma, il percorso legislativo volto a combattere l’eccessiva durata dei pignoramenti immobiliari, già avviata con l’introduzione, ad opera del d.l. 12 settembre, n. 132, dell’articolo 164-bis nelle disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile.
Tale norma, infatti,prevede che “quando risulta che non è più possibile conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori, anche tenuto conto dei costi necessari per la prosecuzione della procedura, delle probabilità di liquidazione del bene e del presumibile valore di realizzo, è disposta la chiusura anticipata del processo esecutivo”.
Presto, quindi, questa chiusura anticipata dovrebbe avvenire a un “orario” ben preciso.
Staremo a vedere.

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Veneto Banca, approvazione definitiva del bilancio: meno 882 milioni

Veneto Banca, approvazione definitiva del bilancio: meno 882 milioni

Il Consiglio di Amministrazione, riunitosi oggi sotto la presidenza del Dottor Pierluigi Bolla, ha approvato il bilancio consolidato e il progetto di bilancio individuale al 31 dicembre 2015 confermando i risultati approvati nella seduta del 9 Febbraio 2016.  Veneto Banca, approvazione definitiva del bilancio: meno 882 milioni
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Veneto Banca, approvazione definitiva del bilancio: meno 882 milioni

Veneto Banca, approvazione definitiva del bilancio: meno 882 milioni

Gruppo Veneto Banca

PRINCIPALI DATI ECONOMICI

Risultato della gestione operativa pari a 261 milioni di euro, in crescita rispetto al 2014 grazie alla buona tenuta dei ricavi e nonostante la presenza di componenti non ricorrenti sui costi.
Rettifiche su crediti a 754 milioni di euro, corrispondenti a 332 punti base di costo del credito a seguito di una attenta e rigorosa revisione dell’intero portafoglio creditizio.
Coperture sul totale crediti deteriorati al 35,3% (37,8% inclusive delle posizioni stralciate) in crescita di 370 punti base rispetto a dicembre 2014; copertura sulle sofferenze al 52,8% (56,4% inclusive delle posizioni stralciate) in crescita di 500 punti base rispetto a dicembre 2014.

Rigorosa politica di revisione delle principali voci di attivo patrimoniale: totale azzeramento dell’avviamento di Gruppo per circa 418 milioni di euro e impairment degli avviamenti riconducibili a BIM (contabilizzata nelle attività in via di dismissione) per circa 83 milioni di euro.

Accantonamenti a rischi e oneri per circa 88 milioni di euro.
Risultato finale negativo per 882 milioni di euro

PRINCIPALI DATI PATRIMONIALI

Raccolta totale – costituita da raccolta diretta, raccolta amministrata e risparmio gestito – a 38,8 miliardi di euro (-4,2% anno su anno e -3,9% rispetto a settembre 2015).
Risparmio gestito e amministrato a 16,3 miliardi di euro (+2,6% anno su anno e stabile rispetto a settembre 2015).

Raccolta diretta a 22,5 miliardi di euro (-8,6% anno su anno e -5,9% rispetto a settembre 2015). L’indicatore LCR si è attestato a dicembre 2015 al 53% (89% a settembre 2015). Tale dinamica ha riflesso situazioni peculiari e di settore venutesi a creare congiuntamente nella parte finale dell’anno, specificatamente l’Assemblea Straordinaria del 19 dicembre 2015 ed il salvataggio di 4 banche regionali italiane (con prima parziale applicazione della nuova normativa del cosiddetto bail-in), che hanno avuto un impatto sulle scelte di risparmio della clientela. Le azioni messe prontamente in campo dalla rete commerciale, congiuntamente alle iniziative (in parte già realizzate) dell’Area Finanza, hanno contribuito ad una progressiva normalizzazione della situazione di liquidità e permetteranno di riportare l’indicatore LCR sopra al 70% prima della fine del primo trimestre 2016.

Impieghi netti a 22,7 miliardi di euro (-4,7% anno su anno e -3% rispetto a settembre 2015). Rapporto impieghi su raccolta diretta al 101%.
Crediti deteriorati netti a 4,9 miliardi di euro (inclusa la controllata BIM) con un’incidenza sullo stock degli impieghi netti pari al 20,4%.
Patrimonio netto tangibile a oltre 1,9 miliardi di euro.

Coefficienti patrimoniali:

CET 1 ratio (phased in e pre aumento di capitale) al 7,23%.
Total capital ratio (phased in e pre aumento di capitale) al 9,06%.
A pieno regime (fully loaded) il CET1 è pari al 6,82% ed il Total Capital all’8,56%.
Questi coefficienti risultano peraltro al netto dello scomputo a titolo prudenziale di complessivi 298 milioni di euro, riconducibile a possibili operazioni di assistenza finanziaria correlate all’acquisto o alla sottoscrizione di azioni della Banca o derivanti da opzioni contrattuali di riacquisto delle azioni sottoscritte in occasione di operazioni di aggregazione societarie condotte nel passato.
Attività ponderate per il rischio (RWA) a 23,1 miliardi di euro.

Con l’approvazione odierna del bilancio consolidato e del progetto di bilancio individuale al 31 dicembre 2015, Veneto Banca, nel pieno rispetto della roadmap prevista, compie un ulteriore importante passo per la prossima quotazione in Borsa e il contestuale aumento di capitale fino a 1 miliardo di Euro attesi nel secondo trimestre 2016.
fonte: vicenzapiu.com

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Banca Popolare Vicenza: 117.000 azionisti assistono impotenti al “massacro” dei loro risparmi

117.000 azionisti di Banca Popolare di Vicenza stanno assistendo impotenti al “massacro” dei loro risparmi. La Banca ha infatti fissato il prezzo di recesso per gli azionisti in 6,30 euro, a fronte dei 62,50 del 2014 e dei 48 euro fissati solo lo scorso aprile!
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 Banca Popolare Vicenza: 117.000 azionisti assistono impotenti al “massacro” dei loro risparmi

BPV ha fissato il 5 marzo come data per l’assemblea che dovrebbe deliberare l’aumento di capitale, la trasformazione in S.p.A. e la quotazione in Borsa. Confconsumatori rileva che i dati comunicati dal nuovo management della Banca dicono che la raccolta del 2015 è di 21,9 miliardi (ossia in un anno la raccolta segna meno 8,43, pari a – 27,8%). Purtroppo la perdita viene comunicata in una somma pari a circa 1,4 miliardi di euro. Il patrimonio netto consolidato è pari ad euro 2,5 miliardi.
Secondo Mara Colla, Presidente di Confconsumatori: «In attesa dell’indispensabile aumento di capitale, resta la rabbia e la perdita patrimoniale enorme degli azionisti della Banca, che perdono quasi il 90%del valore delle loro azioni. Servono interventi seri sul piano normativo che tutelino davvero i piccoli risparmiatori».
TUTELA DEI RISPARMIATORI – Confconsumatori, in base all’esperienza maturata in anni di tutela dei “risparmiatori traditi”, ha delineato un percorso giudiziario per recuperare le ingiuste perdite subite e ritiene percorribili almeno due strade in via autonoma e concorrente fra loro.
· In primo luogo, secondo l’avv. Luca Baj, «Sussistono i presupposti per presentare un esposto penale presso la Procura della Repubblica per ognuno dei risparmiatori azionisti della Banca. Se il procedimento penale attivato presso la Procure di Vicenza proseguirà, ci costituiremo parte civile per richiedere il risarcimento dei danni agli imputati».
· In secondo luogo, in via di azione civile, intendiamo invece proporre una causa contro la Banca che ha venduto le azioni. Secondo l’avv. Antonio Pinto: «Si domanderà l’invalidità ed inefficacia dei contratti stipulati, per una serie di violazioni del Testo Unico Bancario e del Testo Unico dell’Intermediazione Finanziaria. Inoltre si chiederà la nullità del contratto di acquisto delle azioni per violazione di norme imperative (ad es. violazione dell’art. 2621 cod. civ. per false comunicazioni sociali), nonché l’annullabilità del contratto per errore sull’oggetto e sulle qualità essenziali del bene».
Tanto al fine di ottenere la restituzione delle somme versate per l’acquisto. In particolare, come noto, il prezzo dell’azione lo fissava l’Assemblea sulla base di una proposta del CDA (che era quella che contava per davvero) e si fondava su dati NON controllabili e verificabili dal singolo risparmiatore, neppure usando la migliore diligenza. Il risparmiatore quindi ha fatto affidamento sui dati di bilancio che venivano pubblicizzati che, in realtà, non erano veritieri, come i numeri che la Banca sta comunicando per l’assemblea del 5 marzo stanno indirettamente comprovando.
Infine, nei vari casi segnalati a Confconsumatori, in cui le azioni sono state vendute unitamente all’erogazione di un mutuo o di un fido ecc., si chiederà di applicare la norma che considera nulli i contratti di vendita, perché in violazione del divieto di finanziare l’acquisto delle proprie azioni.  AGI

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Dramma lavoro a Mugnano: lavoratore si toglie la vita

Dramma lavoro a Mugnano: lavoratore si toglie la vita:

NAPOLI – Ancora tragedia legata al lavoro, ancora un suicidio. Accade
a Mugnano dove M.B., lavoratore del Cub-Consorzio Unico di Bacino di
Napoli e Caserta, si è tolto la vita con un colpo di fucile. Dalle prime
ricostruzioni, la causa sarebbe da ascrivere alla natura economica: non
percepiva lo stipendio da mesi.  
“In Campania ci sono 1966 lavoratori dei Cub che non ricevono
lo stipendio da quattro a 40 mesi – le parole di Vincenzo Guidotti,
segretario generale del Sindacato Azzurro e coordinatore delle otto
sigle sindacali – e questo nonostante si trovino in mobilità pubblica.
Ci sono responsabilità istituzionali di sindaci, amministrazioni
provinciali, Regione Campania e Prefetti per il mancato pagamento di
questi stipendi”.

La nota anticipa la mobilitazione generale di tutti i lavoratori dei Cub della Campania, prevista per lunedì mattina.

Dramma lavoro a Mugnano: lavoratore si toglie la vita

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Truffa sull’ Euribor: le Banche tremano ed i cittadini chiedono verità

Si scopre che gli Istituti di credito hanno manipolato l’Euribor dal 2005 al 2008 per i mutui a tasso variabile, ora si temono ripercussioni.

pubblicato da: Antonella Avallone

Truffa dell’Euribor sui mutui a tasso variabile

Una notizia sconvolgente scuote l’Europa, che, se confermata, potrebbe portare al risarcimento per miliardi di euro ed un tracollo del sistema finanziario. L’Euribor, il tasso di riferimento per determinare gli interessi da pagare per chi ha contratto un mutuo a indici variabili, sarebbe stato manipolato dalle banche a proprio vantaggio. In poche parole queste avrebbero fatto pagare più del dovuto i propri clienti, truffandoli. L’Ue tace e cerca di proteggere gli Istituti, temporeggiando per trovare una soluzione. Non poteva certo immaginare che, quando istituì nel 2013 una commissione d’indagine presieduta da Joaquin Almunia sarebbe nato uno scandalo di tali proporzioni.

Le origini dello scandalo

Almunia scoprì nel 2013 che 4 grandi Istituti finanziari, Barclays, Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland e Societé Générale, avevano modificato l’Euribor a loro favore a scapito dei propri clienti. Il tutto era stato chiuso con una sanzione pecunaria ai loro danni e la documentazione segretata per impedire eventuali ricorsi da parte dei truffati. Ora, però,si dice che ciò potrebbe riguardare l’intero sistema creditizio europeo, comprendendo anche quelle italiane, per cui si parla di risarcimenti intorno ai 16 miliardi di euro.

La truffa dei mutui ai tassi variabili e non solo. L’UE fa ostruzionismo

L’imbroglio dei tassi di interesse riguarderebbe milioni di famiglie che hanno contratto i mutui a indici variabili e derivati dal 2005 al 2008. Secondo il Sole24Ore, si parla di 400 mila miliardi di euro, una cifra difficile solo a pronunciare. Se si potesse fare ricorso, avendo la documentazione dalla Commissione Europea, le banche dovrebbero affrontare risarcimenti miliardari ed addirittura secondo un avvocato dell’Adusbef, Antonio Tanza, si potrebbero annullare i contratti stipulati e chiedere la restituzione totale di quanto pagato ingiustamente. Tutti questi possibili scenari, però, potrebbero rimanere solo teoria, se l’Ue non pubblicherà la sentenza della condanna del 2013 riguardanti le 4 banche coinvolte nella truffa Euribor. Senza di questo non si potrà dare il via ad alcun ricorso e, dopo più di due anni, non sembra che ci sia alcuno spiraglio.

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Telemarketing: adesso si può denunciare la società del call center se non c’è consenso

La Cassazione ha detto basta alle continue ‘telefonate mute’ sui cellulari e sugli apparecchi fissi che richiedono un esplicito consenso.

Telemarketing: la Cassazione si è pronunciata

Coloro che sono stati vessati dalle continue telefonate dei call center sui cellulari a scopi pubblicitari potranno denunciare le compagnie dei call center qualora esse abbiano chiamato senza il consenso del ricevente la telefonata. Nei casi in cui invece le telefonate commerciali vengano fatte su linea fissa con degli strumenti di selezione automatica dei numeri da chiamare le cosiddette ‘telefonate mute’, si può essere chiamati solo se si è dato il previo consenso. Anche chi dovesse ricevere una ‘telefonata muta’ che fa squillare inutilmente il telefono dell’utente, che dopo aver risposto è costretto ad attendere qualche secondo prima di sentire parlare l’operatore, può denunciare la società di call center al Garante della Privacy. E’ quanto ha statuito una sentenza della Corte di Cassazione, la n. 2196 del 4 febbraio 2016 con la quale i giudici di Piazza Cavour, in sostanza, hanno detto basta, in presenza di alcune condizioni, al fastidioso telemarketing. La Suprema Corte ha confermato un provvedimento del Garante della Privacy, che aveva fermato un’iniziativa commerciale di Enel Energia basata proprio chiamate mute, cioè in cui chi risponde rischia di sentirsi riattaccare.

Telefonate mute da telefono fisso: non basta il dissenso esplicito

La Suprema Corte ha fatto dunque importanti precisazioni sul tema, partendo proprio dalle telefonate su rete fissa effettuate sia da operatori telefonici sia mute, richiamando anche direttiva 2002/58 sull’e-privacy. La Cassazione ha sottolineato che il sistema del opt-out, ovvero del dissenso esplicito è valido solo per le chiamate fatte da operatore, senza l’uso di sistemi automatici, e richiedono se effettuate su linee fisse un preventivo ed esplicito consenso. La Suprema Corte non condivide quindi la tesi difensiva dei vari gestori telefonici secondo cui chi è inserito negli elenchi telefonici deve dare un esplicito dissenso se vuole evitare di ricevere telefonate commerciali, salvo l‘esercizio del diritto di opposizione attraverso l’iscrizione nel relativo registro. Gli Ermellini hanno affermato invece che nella direttiva 2002/58 sull’e-privacy prevale il principio del consenso inequivocabile espresso, specialmente ove si tratti di ‘telefonate mute’. Inoltre la Suprema Corte circoscrive tali principio solo ai dati personali degli utenti pubblicati negli elenchi degli abbonati ai servizi di telefonia fissa.

Telefonate da apparecchio mobile: necessario il consenso espresso

Il discorso cambia invece se si tratta di telefonate ai fini commerciali effettuate dal cellulare. In tali casi infatti non opera nemmeno il sistema dell’opt-out proprio perché riguarda solo chi compare negli elenchi telefonici pubblici: le telefonate fatte dai call center verso utenze mobili necessitano sempre di un esplicito e preventivo consenso della persona titolare del numero del cellulare. Il Garante della Privacy in questi giorni si è pronunciato su un’altra importante questione, quella delle web scraping, ossia quei software che ricercando dati su internet e che riescono anche a prelevare, in automatico, i numeri di telefono degli utenti. Il Garante della Privacy ha sottolineato che i numeri telefonici fissi e mobili si possono ricavare solo dal Data base unico (Dbu). Ne consegue che ricavare tali numeri col web scraping è ritenuto illegittimo.

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Mutui consumatori contro il Governo: “Con la norma sui contratti di credito siamo alla mercé delle banche!”

Scoppia il caos su una novità contenuta nel decreto legislativo approvato dal Consiglio dei Ministri in attuazione della direttiva UE n.17 del 2014 (Mortgage Credit Directive) sui contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali. Mutui consumatori contro il Governo: “Con la norma sui contratti di credito siamo alla mercé delle banche!”

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Mutui consumatori contro il Governo: “Con la norma sui contratti di credito siamo alla mercé delle banche!”

Scoppia il caos su una novità contenuta nel decreto legislativo approvato dal Consiglio dei Ministri in attuazione della direttiva UE n.17 del 2014 (Mortgage Credit Directive) sui contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali. Il decreto favorisce le banche a danno dei consumatori, permettendo agli istituti di riprendersi gli immobili dei morosi e rivenderli ripagando la differenza tra il valore di mercato e il mutuo residuo. Operazione, finora vietata, che può scattare già alla seconda rata non pagata.
Protesta Asso-Consum che chiede al Parlamento di non approvare il decreto per evitare che le banche si dotino di un ulteriore “coltello” contro i consumatori. “Se questo decreto fosse approvato – afferma il Presidente di Asso-Consum Aldo Perrotta – il cittadino rimarrebbe indifeso. Sarebbe l’ennesimo regalo alle banche. Con la scusa di agevolare il consumatore quest’ultimo verrà solo fregato”.
L’Associazione aggiunge: “Malgrado il testo citi “le parti possono convenire che in caso di inadempimento del consumatore la restituzione o il trasferimento del bene immobile oggetto di garanzia reale o dei proventi della vendita del medesimo bene comporta l’estinzione del debito”, siamo sicuri che le banche troveranno qualche altra spesa da addossare al cittadino. Dunque, il Governo con l’intento di accelerare i tempi della giustizia civile, favorisce le banche a danno dei consumatori eliminando le garanzie, previste dall’attuale norma italiana sul credito, offerte dal sistema giudiziario.
La direttiva Ue alla quale si riferisce il decreto, in Italia, risulta fuori luogo in quanto attualmente secondo l’articolo 2744 del Codice Civile, sia la banca che il cittadino sono garantiti nei propri interessi da un ente terzo, ovvero il tribunale. Alla luce di tale specificità italiana, la banca ha la garanzia dell’ipoteca, il cittadino ha a disposizione tempi più lunghi per sopperire a eventuali quanto plausibili difficoltà. Sicchè, la direttiva, che per i cittadini europei costituisce una possibilità che oggi non hanno, per gli italiani rappresenta una regressione oltre uno strumento che mette i cittadini alla mercè delle banche, le quali, in questo modo potranno vendere il patrimonio edile dei consumatori bloccato dalle difficoltà finanziarie.
Fiaip mette benzina sul fuoco rincarando la dose: “Dopo l’ingresso nel mondo delle agenzie immobiliari e dopo il varo del prestito vitalizio, il Governo si appresta a rendere inapplicabile l’art. 2744 del Codice Civile che da sempre vieta alle banche di poter vendere un bene immobile per cui abbiano erogato un prestito. L’art.120-quinquiesdecies, contenuto nello schema di decreto legislativo prevede che le parti possano convenire che in caso di inadempimento del cliente, la banca possa vendere il bene per cui ha prestato garanzia. E’ una norma contro i diritti del consumatore e che se verrà approvata, sarà posta una seria ipoteca sulla serietà e la trasparenza dei contratti di mutuo che saranno stipulati in futuro e sulla tutela di chi ha contratto un prestito bancario“.
Il Presidente Nazionale Fiaip Paolo Righi commenta: “Il fatto che per accedere a questo istituto sia necessario che il cliente sia d’accordo è assolutamente irrilevante in quanto tutti conoscono la forza di persuasione che le banche possono mettere in campo nei confronti dei loro clienti. Se il Governo varerà la norma, così come contenute nel decreto legislativo, le garanzie previste dal codice civile a tutela dei consumatori verranno meno e il mercato immobiliare rischierà di diventare una giungla senza regole.
Dopo i recenti scandali bancari, che hanno dimostrato come i cittadini siano inermi di fronte a determinate situazioni, mettere nelle mani di alcune banche i destini dell’immobiliare e un atto da parte del Governo che non posso che definire irresponsabile. Abbiamo già visto nel 2008 i risultati disastrosi che hanno causato le banche finanziarizzando il mercato immobiliare, se il Governo continuerà sulla strada tracciata molto presto assisteremo ad un nuovo tracollo del mercato”.
Fiaip si appella al Governo affinché venga stralciato dal decreto legislativo l’art.120-quinquiesdecies, e si vieti alle banche di svolgere la professione di agente immobiliare, proponendo un proprio emendamento all’interno della discussione che attualmente si sta svolgendo al Senato sul ddl concorrenza.
Mutui consumatori contro il Governo: “Con la norma sui contratti di credito siamo alla mercé delle banche!”
fonte: controlacrisi.org

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