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Così Bankitalia ha svenduto le sofferenze delle banche (F. Bechis)

Svelati gli omissis sulla vendita del primo pacchetto di sofferenze di Etruria a opera del commissario di Via Nazionale: fu pagato appena il 14,7% del valore, una miseria. Il guaio è che ora quella è la cifra di riferimento imposta dalla Ue a tutti i nostri istituti

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Così Bankitalia ha svenduto le sofferenze delle banche (F. Bechis)

Crediti svenduti ai Vip

C’è una amara sorpresa negli omissis finalmente svelati che erano contenuti nella lettera del 22 novembre scorso con cui la Commissione europea, a firma di Margrethe Vestager, scriveva al ministro degli Affari esteri Paolo Gentiloni per autorizzare al governo italiano la proposta risoluzione di Banca Etruria, Banca delle Marche, Carife e Cassa di risparmio di Chieti. La sorpresa, emersa solo quando il testo integrale della missiva è stato depositato al Tar del Lazio in uno dei ricorsi contro la risoluzione, è nel criterio utilizzato dalla Commissione per stabilire il valore dei crediti in sofferenza delle quattro banche e quindi l’impianto stesso della risoluzione in modo da non incorrere in una procedura per aiuti di Stato non autorizzati.
I commissari partono ovviamente dai casi già esaminati dall’Europa in precedenti crisi bancarie, come quelle di Spagna, Irlanda e in tempi più recenti Slovenia. Ma a fare da benchmark, da punto di riferimento per la decisione, è in realtà una operazione conclusasi sul mercato solo pochi giorni prima (il 17 novembre) da parte di Banca Etruria, che in quel momento era amministrata dai commissari scelti dalla Banca d’Italia. Si tratta di una cessione di crediti in sofferenza per 284 milioni di euro che ha visto come controparte il Fonspa. La notizia di quella transazione fu comunicata ufficialmente in poche righe, ma già all’epoca aveva suscitato non poche polemiche.
L’Espresso aveva pubblicato un reportage titolato significativamente «Popolare Etruria, il crac è un affare per la banca dei vip», notando come dietro la holding di controllo del Fonspa ci fosse «un club esclusivo» che riuniva a vario titolo l’ex presidente dell’Enel e poi commissario straordinario dell’Ilva, Piero Gnudi, l’ex membro del comitato esecutivo della Bce, Lorenzo Bini Smaghi, l’ex manager di Citigroup Panfilo Tarantelli, la famiglia De Agostini, Alessandro Benetton, l’ex manager Fiat Umberto Quadrino e il presidente dello Ior, Jean Baptiste de Franssu. Una sorta di boutique finanziaria con ottimi nomi alle spalle.
Era curioso che fossero riusciti a strappare quei crediti in sofferenza solo quattro giorni prima che Banca Etruria andasse in risoluzione. Ma il comunicato di Banca Etruria in commissariamento faceva intuire che quella transazione fosse stata pagata a caro prezzo: l’unica informazione data sulla transazione era quella su un passaggio dei crediti al loro valore di carico in bilancio. Siccome a fine 2014 i crediti erano stati svalutati del 66%, l’ipotesi era dunque che in bilancio fossero appostati al 34% del loro valore. E infatti sulla stampa la stima che si fece di quella operazione che valeva circa 300 milioni di euro fu quella di un prezzo pagato «intorno ai 100 milioni di euro». Cifra perfino ritenuta alta per questo tipo di operazioni, ma i commentatori la spiegarono con il fatto che su circa 2 miliardi di crediti in sofferenza da piazzare Fonspa aveva presumibilmente scelto nel mazzo quelli migliori.
Arrivò la risoluzione con tutti i guai che si portò dietro e le grandi polemiche politiche e nessuno ha pensato più a quella piccola – per quanto curiosa nella tempistica – operazione. Nella lettera della Commissione Ue all’Italia quella operazione era citata al punto 70, ma molto genericamente: «Banca Etruria, un altro istituto attualmente in amministrazione straordinaria, è recentemente riuscita a vendere un portafoglio di prestiti garantiti e non garantiti per 284 milioni di euro. L’Italia ha fornito dati dettagliati su questa operazione». Seguivano puntini e una frase coperta da omissis. Eccola: «che si è realizzata a un valore netto contabile del 14,7%. In tale operazione la parte non garantita del portafoglio è stata venduta al valore netto contabile del 3%». Ecco la verità: quei 284 milioni di crediti in sofferenza non erano stati venduti a poco meno di 100 milioni come si era ipotizzato all’epoca, ma a meno di 42 milioni di euro netti.
Nella stessa lettera della Ue quel valore diventa fondamentale per stabilire le condizioni della risoluzione per le quattro banche italiane. Fino a quel momento il prezzo più basso trattato dalla Commissione era quello del 20% stabilito nel caso sloveno (con un 5% per i non garantiti). Ma l’operazione Banca Etruria-Fonspa era avvenuta sul mercato, e quindi quel 14,7%, che è stato sicuramente un affarone per il compratore, è stato interpretato dalla Commissione come un punto di riferimento essenziale per valutare a che valore trasferire i crediti in sofferenza alla bad bank italiana, con un prezzo che si sarebbe rivelato capestro per i risparmiatori. Non solo: è diventato un prezzo di riferimento anche per le successive operazioni bancarie in Italia.
Se in un’operazione in qualche modo guidata dal ministero dell’Economia e dalla Banca d’Italia il prezzo di passaggio dei crediti in sofferenza si discostasse troppo da quello, si aprirebbe una procedura per aiuti di Stato. È un hara-kiri per l’Italia e il suo sistema bancario che ha visto per altro un solo protagonista: la Banca d’Italia. Rispondeva a via Nazionale il commissario di Banca Etruria che ha effettuato quella operazione solo a pochi giorni dal decreto di risoluzione, e se quel prezzo così insolitamente basso aveva altro tipo di ragioni, queste erano sicuramente note a Bankitalia che avrebbe dovuto rappresentarle in contraddittorio alla Commissione europea per evitare di mettere nei guai tutti, risparmiatori e altre banche che successivamente (come sta accadendo) avessero dovuto trovarsi nella stessa situazione. Ma questo non è stato fatto.
Anche la Commissione europea deve avere capito che quel prezzo «di mercato» della transazione Etruria-Fonspa era troppo basso: negli altri paesi esaminati il valore delle sofferenze era sempre stato almeno del 50% più alto. La contraddizione è stata risolta dalla Commissione con un ragionamento «di mercato» che speriamo per l’Italia sia fallace come molte previsioni e decisioni europee: le sofferenze in Italia hanno a garanzia immobili, e la caduta del loro prezzo sarebbe assai lontana dall’aver toccato il fondo.
Autore:  F. Bechis
www.usurainbanca.it
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