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Codacons comunica che tutti gli azionisti e i correntisti della Banca Popolare di Vicenza possono chiedere il risarcimento dei danni subiti

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Veneto Banca, il “trappolone” su azione responsabilità

 In Veneto Banca é cominciata la “settimana di sangue”. Ne manca una esatta all’assemblea dei soci della neo-Spa di giovedì 5 maggio, che non solo vedrà l’un contro l’altra armate le due cordate contrapposte che si contendono un cda che resterà in carica fino all’estate (quando, dopo l’aumento di capitale e la quotazione, entreranno nella stanza dei bottoni dei nuovi padroni). Ma sarà anche il giorno decisivo per capire se vedremo o no i vertici ed ex vertici colpiti da un’azione di responsabilità.

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All’incrocio fra questi due punti all’ordine del giorno si situa l’attacco ad alzo zero dell’attuale presidente Pierluigi Bolla agli avversari Schiavon e Cavalcante, accusati di essere niente più che manovrati dall’ex ad Vincenzo Consoli e quindi di rappresentare il vecchio corso. I due rappresentanti dei piccoli e dei grandi soci, naturalmente, negano ogni addebito. Ma sarà proprio dall’eventuale voto in assemblea sull’azione di responsabilità che tutte le carte saranno scoperte.
Ma esattamente che cos’è un’azione di responsabilità? L’espressione definisce un tipo di causa civile che può essere intentata dai soci di una compagine di capitali, com’é una banca, nei confronti degli amministratori. Può essere esercitata entro cinque anni dalla cessazione dell’incarico dell’amministratore che si vuole portare in tribunale. Infine, l’azione civile va votata a maggioranza dall’assemblea.
Nell’ordine del giorno dell’assemblea di Veneto Banca il punto 4 così enuncia: «Aggiornamento sulle verifiche in materia di responsabilità degli ex organi sociali». In sostanza, il cda relazionerà su un documento fatto preparare dai consulenti legali che in questi mesi hanno lavorato al dossier. Gli articoli 2393 e 2393 bis del Codice civile stabiliscono le modalità per procedere alla votazione.
Ora, se la relazione, com’é più probabile, indicherà un parere favorevole all’azione di responsabilità, a quel punto il fronte Schiavon-Cavalcante sarà costretto a farlo suo, proprio per dimostrare di non essere la longa manus del Vecchio Ordine e restare col cerino in mano. Ergo, il gruppo nemico, che sostiene l’attuale amministratore delegato Cristiano Carrus, dovrebbe avere avere tutto l’interesse affinché la perizia dica sì alla tanto attesa “azione”, che potrebbe essere altrimenti presentata da qualche socio. Sarà interessante, inoltre, leggerne nel dettaglio il contenuto per capire come mai non si sia già proceduto in tal senso, visto che l’articolo 2393 del Codice Civile precisa che «l’azione di responsabilità può anche essere promossa a seguito di deliberazione del collegio sindacale, assunta con la maggioranza dei due terzi dei suoi componenti». Perché i sindaci dell’istituto non si sono mossi, finora?
Ammettendo che l’azione passi, quali saranno i soggetti nel mirino, oltre ovviamente a Consoli, che per di più risulta avere ancora una procura speciale presso la banca? Dovrebbero esserci l’ex presidente Francesco Favotto, il suo predecessore Flavio Trinca, finito assieme allo stesso Consoli (rispettivamente in foto da destra a sinistra) in uno spinosissimo dossier di Bankitalia e nell’inchiesta della magistratura di Roma. Ci sono gli ex membri del cda (sostituiti quasi tutti dopo il 2014), incluso l’ex vicepresidente Alessandro Vardanega, dimessosi l’anno passato in circostanze ancora non del tutto chiare.
L’azione di responsabilità, come ogni causa civile, può essere interrotta se i contendenti trovano un accordo extragiudiziale. Se questa circostanza possa verificarsi o meno, dipenderà dagli assetti proprietari della banca nei mesi a venire. Fino ad oggi, l’accordo di pre-garanzia sull’inoptato stipulato con un pool di banche guidato da Imi (gruppo Intesa) regge, e perciò una buona fetta del capitale post-aumento dovrebbe essere sua. Ma l’eventualità che anche il fondo salva-banche Atlante possa essere della partita, nonostante le smentite ufficiali, resta. Vada come vada, sarà la nuova maggioranza azionaria che uscirà dalla ricapitalizzazione a decidere se proseguire con l’azione di responsabilità, ammesso e non concesso che sia avviata dopo il 5 maggio.

Veneto Banca, il “trappolone” su azione responsabilità  

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Raccomandate e cartelle Equitalia: quando contestare validità della notifica e contenuto?

La Corte di cassazione con due recenti sentenze, n.5397/2016 e n.7184/2016, si è pronunciata sul tema con degli importanti principi

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La notifica di una raccomandata contenente una cartella esattoriale per essere ritenuta valida presuppone sempre il rispetto di alcune regole da parte degli agenti notificatori. Il contribuente, fra i mezzi a sua disposizione per difendersi, ha anche quello di contestare una non corretta notifica o la mancata notifica a mezzo posta o a mano da parte dell’ufficiale giudiziario. La prova legale dell’avvenuto ricevimento da parte del destinatario è infatti data dall’avviso di ricevimento che dà la certezza della effettiva spedizione della missiva. Sul punto la Corte di Cassazione con 2 recenti sentenze è intervenuta a circoscrivere sia i casi in cui la notifica deve considerarsi valida e regolare, sia i casi in cui il contenuto della busta possono essere contestati.

Raccomandata: sui chi ricade la prova del suo contenuto?

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 5397/2016 ha statuito che deve considerarsi nulla la busta o la cartella di pagamento notificata a mezzo posta, se dentro la busta, non c’è nulla o manca qualche foglio. Spetta però sempre al destinatario contribuente fornire la prova circa l’incompletezza del contenuto del plico o che esso conteneva un atto diverso. Il caso da cui trae origine tale decisione riguarda appunto una contribuente che asseriva di aver ricevuto una busta «a sacco», proveniente da Equitalia, priva di contenuto. La stessa quindi ha provveduto prima a fare una segnalazione  dell’anomalia ad Equitalia dove indicava anche il numero della raccomandata, e poi ha deciso di fare ricorso. Dopo il giudizio di I grado che si concludeva per l’inammissibilità del ricorso, in Corte d’appello  il ricorso della contribuente è stato accolto, sulla base del fatto che sarebbe spettato ad Equitalia l’onere della prova.

Gli Ermellini hanno però ribaltato la decisione, mutando il precedente orientamento che riteneva che spetta sempre ad Equitalia dimostrare che la cartella spedita con raccomandata a.r. era completa di ogni informazione essenziale e di tutti i fogli. In mancanza di tale dimostrazione, la prova dell’avvenuta notifica viene meno e quindi stessa è nulla. Secondo gli Ermellini sta ora al contribuente dimostrare che al momento dell’apertura il plico è vuoto o incompleto o contiene un atto diverso. Come assolvere a tale onere della prova? In tali casi, il destinatario può servirsi di testimoni in base al principio di vicinanza della prova. Ebbene precisare però che Equitalia dal canto suo potrebbe sempre chiedere alle Poste di certificare il peso che aveva il plico. Allo stesso modo qualsiasi privato cittadino per tutelarsi contro la malafede del destinatario può superare eventuali contestazioni, spillando bene i fogli e imprimendovi un timbro di congiunzione.

Notifiche a mezzo posta:valide anche se non c’è la relata

La Cassazione, con l’ordinanza n.7184/2016 si è trovata invece ad affrontare il caso di una contribuente che aveva chiesto l’annullamento della cartella di pagamento sottolineando l’irritualità della notifica della cartella di Equitali eseguita ai sensi dell’art. 140 c.p.c (per destinatario irreperibile). Dopo che i giudici dell’appello hanno dato ragione alla stessa ritenendo che la ricevuta della raccomandata cosidetta informativa non conteneva una firma riferibile al destinatario, Equitalia ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha ritenuto che se il postino non trova in casa il destinatario a cui deve consegnare una raccomandata a.r., ma vi trova invece un suo familiare o una persona di servizio, essi possono firmare l’avviso di ricevimento. Basta questo a perfezionare la notifica, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 c.c., superabile solo se il destinatario dia la prova di essersi trovato senza sua colpa nell’impossibilità di venirne a conoscenza. Ne consegue che non deve essere redatta annotazione specifica o alcuna relata di notifica sull’avviso di ricevimento.

 

Raccomandate e cartelle Equitalia: quando contestare validità della notifica e contenuto?

La notifica di una raccomandata contenente una cartella esattoriale per essere ritenuta valida presuppone sempre il rispetto di alcune regole da parte degli agenti notificatori. Il contribuente, fra i mezzi a sua disposizione per difendersi, ha anche quello di contestare una non corretta notifica o la mancata notifica a mezzo posta o a mano da parte dell’ufficiale giudiziario. La prova legale dell’avvenuto ricevimento da parte del destinatario è infatti data dall’avviso di ricevimento che dà la certezza della effettiva spedizione della missiva. Sul punto la Corte di Cassazione con 2 recenti sentenze è intervenuta a circoscrivere sia i casi in cui la notifica deve considerarsi valida e regolare, sia i casi in cui il contenuto della busta possono essere contestati.

Raccomandata: sui chi ricade la prova del suo contenuto?

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 5397/2016 ha statuito che deve considerarsi nulla la busta o la cartella di pagamento notificata a mezzo posta, se dentro la busta, non c’è nulla o manca qualche foglio. Spetta però sempre al destinatario contribuente fornire la prova circa l’incompletezza del contenuto del plico o che esso conteneva un atto diverso. Il caso da cui trae origine tale decisione riguarda appunto una contribuente che asseriva di aver ricevuto una busta «a sacco», proveniente da Equitalia, priva di contenuto. La stessa quindi ha provveduto prima a fare una segnalazione  dell’anomalia ad Equitalia dove indicava anche il numero della raccomandata, e poi ha deciso di fare ricorso. Dopo il giudizio di I grado che si concludeva per l’inammissibilità del ricorso, in Corte d’appello  il ricorso della contribuente è stato accolto, sulla base del fatto che sarebbe spettato ad Equitalia l’onere della prova.

Gli Ermellini hanno però ribaltato la decisione, mutando il precedente orientamento che riteneva che spetta sempre ad Equitalia dimostrare che la cartella spedita con raccomandata a.r. era completa di ogni informazione essenziale e di tutti i fogli. In mancanza di tale dimostrazione, la prova dell’avvenuta notifica viene meno e quindi stessa è nulla. Secondo gli Ermellini sta ora al contribuente dimostrare che al momento dell’apertura il plico è vuoto o incompleto o contiene un atto diverso. Come assolvere a tale onere della prova? In tali casi, il destinatario può servirsi di testimoni in base al principio di vicinanza della prova. Ebbene precisare però che Equitalia dal canto suo potrebbe sempre chiedere alle Poste di certificare il peso che aveva il plico. Allo stesso modo qualsiasi privato cittadino per tutelarsi contro la malafede del destinatario può superare eventuali contestazioni, spillando bene i fogli e imprimendovi un timbro di congiunzione.

Notifiche a mezzo posta:valide anche se non c’è la relata

La Cassazione, con l’ordinanza n.7184/2016 si è trovata invece ad affrontare il caso di una contribuente che aveva chiesto l’annullamento della cartella di pagamento sottolineando l’irritualità della notifica della cartella di Equitali eseguita ai sensi dell’art. 140 c.p.c (per destinatario irreperibile). Dopo che i giudici dell’appello hanno dato ragione alla stessa ritenendo che la ricevuta della raccomandata cosidetta informativa non conteneva una firma riferibile al destinatario, Equitalia ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha ritenuto che se il postino non trova in casa il destinatario a cui deve consegnare una raccomandata a.r., ma vi trova invece un suo familiare o una persona di servizio, essi possono firmare l’avviso di ricevimento. Basta questo a perfezionare la notifica, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 c.c., superabile solo se il destinatario dia la prova di essersi trovato senza sua colpa nell’impossibilità di venirne a conoscenza. Ne consegue che non deve essere redatta annotazione specifica o alcuna relata di notifica sull’avviso di ricevimento.La notifica di una raccomandata contenente una cartella esattoriale per essere ritenuta valida presuppone sempre il rispetto di alcune regole da parte degli agenti notificatori. Il contribuente, fra i mezzi a sua disposizione per difendersi, ha anche quello di contestare una non corretta notifica o la mancata notifica a mezzo posta o a mano da parte dell’ufficiale giudiziario. La prova legale dell’avvenuto ricevimento da parte del destinatario è infatti data dall’avviso di ricevimento che dà la certezza della effettiva spedizione della missiva. Sul punto la Corte di Cassazione con 2 recenti sentenze è intervenuta a circoscrivere sia i casi in cui la notifica deve considerarsi valida e regolare, sia i casi in cui il contenuto della busta possono essere contestati.

Raccomandata: sui chi ricade la prova del suo contenuto?

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 5397/2016 ha statuito che deve considerarsi nulla la busta o la cartella di pagamento notificata a mezzo posta, se dentro la busta, non c’è nulla o manca qualche foglio. Spetta però sempre al destinatario contribuente fornire la prova circa l’incompletezza del contenuto del plico o che esso conteneva un atto diverso. Il caso da cui trae origine tale decisione riguarda appunto una contribuente che asseriva di aver ricevuto una busta «a sacco», proveniente da Equitalia, priva di contenuto. La stessa quindi ha provveduto prima a fare una segnalazione  dell’anomalia ad Equitalia dove indicava anche il numero della raccomandata, e poi ha deciso di fare ricorso. Dopo il giudizio di I grado che si concludeva per l’inammissibilità del ricorso, in Corte d’appello  il ricorso della contribuente è stato accolto, sulla base del fatto che sarebbe spettato ad Equitalia l’onere della prova.

Gli Ermellini hanno però ribaltato la decisione, mutando il precedente orientamento che riteneva che spetta sempre ad Equitalia dimostrare che la cartella spedita con raccomandata a.r. era completa di ogni informazione essenziale e di tutti i fogli. In mancanza di tale dimostrazione, la prova dell’avvenuta notifica viene meno e quindi stessa è nulla. Secondo gli Ermellini sta ora al contribuente dimostrare che al momento dell’apertura il plico è vuoto o incompleto o contiene un atto diverso. Come assolvere a tale onere della prova? In tali casi, il destinatario può servirsi di testimoni in base al principio di vicinanza della prova. Ebbene precisare però che Equitalia dal canto suo potrebbe sempre chiedere alle Poste di certificare il peso che aveva il plico. Allo stesso modo qualsiasi privato cittadino per tutelarsi contro la malafede del destinatario può superare eventuali contestazioni, spillando bene i fogli e imprimendovi un timbro di congiunzione.

Notifiche a mezzo posta:valide anche se non c’è la relata

La Cassazione, con l’ordinanza n.7184/2016 si è trovata invece ad affrontare il caso di una contribuente che aveva chiesto l’annullamento della cartella di pagamento sottolineando l’irritualità della notifica della cartella di Equitali eseguita ai sensi dell’art. 140 c.p.c (per destinatario irreperibile). Dopo che i giudici dell’appello hanno dato ragione alla stessa ritenendo che la ricevuta della raccomandata cosidetta informativa non conteneva una firma riferibile al destinatario, Equitalia ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha ritenuto che se il postino non trova in casa il destinatario a cui deve consegnare una raccomandata a.r., ma vi trova invece un suo familiare o una persona di servizio, essi possono firmare l’avviso di ricevimento. Basta questo a perfezionare la notifica, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 c.c., superabile solo se il destinatario dia la prova di essersi trovato senza sua colpa nell’impossibilità di venirne a conoscenza. Ne consegue che non deve essere redatta annotazione specifica o alcuna relata di notifica sull’avviso di ricevimento.

autore : esperto di cronaca 

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Equitalia: riduzione degli interessi e niente più spese processuali

Buone notizie arrivano per i contribuenti a partire dalle procedura di collaborazione fra Equitalia e Consulenti del lavoro ed Agenzia delle Entrate

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Per i contribuenti che hanno un debito con Equitalia ci sono due buone notizie. La prima è quella diffusa con provvedimento n. 60535/2016 dell’Agenzia delle Entrate: infatti sono scesi gli interessi sulle cartelle di pagamento di Equitalia non saldate nel termine di 60 giorni dalla notifica. Infatti dal 15 maggio gli interessi di mora per ritardato pagamento scendono di 0,75 punti percentuali. Il provvedimento è rivolto a tutti i contribuenti indipendentemente dall’entità del debito che hanno. Più nello specifico tali interessi sono determinati nella misura del 4,13 %in ragione annuale rispetto allo 4,88% del 2015. Tale nuova misura degli interessi è stata fissata sulla base della media dei tassi bancari attivi che l’anno scorso ha registrato una leggera flessione così come annunciato dalla Banca d’Italia. Per quanto riguarda gli interessi legali essi da quest’anno sono passati dalla misura dello 0,5%, alla misura dello 0,2%.

Equitalia e Consulenti del Lavoro ecco il nuovo protocollo d’intesa

Una seconda buona notizia riguarda invece l’accordo fra Equitalia e i Consulenti del lavoro teso ad offrire un servizio di assistenza sempre più efficiente a tutti i contribuenti, rendendo più agevole e diretto il rapporto tra fisco e cittadini. Tale intesa ha infatti l’obiettivo di una capillare cooperazione a livello di strutture territoriali grazie alle quali i Consulenti del lavoro possono accedere allo sportello telematico per chiedere assistenza in favore dei loro assistiti sul sito gruppoequitalia.it. A tal proposito i Consulenti del lavoro riceveranno un vademecum dello sportello telematico, che li guiderà all’utilizzo del servizio online e che sarà pubblicato sul sito di Equitalia. Tutti i contribuenti presto quindi potranno servirsi  delle competenze e della professionalità dei consulenti del lavoro, vedendo semplificati molti meccanismi burocratici attraverso dialogo costante con tali professionisti e l’uso delle tecnologie. Dal canto suo anche l’Agenzia dell’Entrate ha comunicato che nella lotta all’evasione, verrà da oggi abbandonato il recupero per importi esigui e quelli solo formali, e viceversa ci si concentrerà solo le evasioni più gravi e le frodi, grazie anche alle banche dati. Un occhio di attenzione verrà rivolto anche al contrasto dei fenomeni fraudolenti, con l’introduzione di Strutture Antifrode dell’Agenzia, attraverso scambi informativi con le Autorità estere. La Voluntary disclosure continuerà anche oltre il 31 dicembre insieme agli accertamento sugli immobili, specialmente quelli da rivalutare.

Equitalia: nessun diritto alle spese legali

Buone nuove arrivano anche dalla magistratura che con una recente sentenza ha statuito che Equitalia se vince il giudizio non deve chiedere nessuna spesa legale. La Corte di Cassazione con la sentenza n.8413 del 27 aprile ha statuito un importante principio di diritto. Qualora Equitalia si fa rappresentare in giudizio da un proprio funzionario dipendente nella qualità di legale, senza sostenere costi per il suo onorario, in caso di esito favorevole del giudizio, non ha diritto ad ottenere il rimborso per spese legali mai sostenute. Ciò perché il funzionario amministrativo dato che non è neanche equiparabile a un legale, non ha diritto ai diritti e agli onorari di avvocato, salvo che non sia un avvocato esterni. Secondo gli Ermellini il contribuente che perde il ricorso non è quindi costretto a pagare anche le spese processuali per la soccombenza. Equitalia potrebbe in tali casi solo chiedere il diritto al rimborso delle spese vive che sono sostenute ne giudizio, sempre se risultano da apposita nota da allegare al fascicolo di parte.

Equitalia: riduzione degli interessi e niente più spese processuali

autore :   – Esperto di Cronaca

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Italiani in fila al banco dei pegni, oro in cambio di prestiti da usura – WSI

Oro, in cambio di prestiti con tassi da usura. La conferma di come per molti italiani l’allarme rosso non è affatto passato. Impegnare l’oro per un prestito in denaro che permette di avere subito in mano qualche soldo per sopravvivere e pagare le spese minime, bollette di casa, la spesa al supermercato e anche le medicine.

Una fotografia molto triste e reale è quella che dà degli italiani un servizio mandato in onda nel programma televisivo La Gabbia di La7, condotto da GianLuigi Paragone e che racconta una parte di popolazione in lotta ogni giorno per sopravvivere, con uno stipendio o una pensione da fame e che per necessità decidono di vendere l’oro rivolgendosi al banco dei pegni. 

“Con mille euro al mese, con la moglie ammalata non si può far molto. Sono gioielli di famiglia costruiti in anni di lavoro (…) Siamo gente disperata qui non chiedi nulla e sono soldi tuoi“.

Questi i commenti delle persone in fila o in uscita dal banco dei pegni, intervistate dal giornalista de La Gabbia. Ma dove sta la fregatura? Il banco dei pegni, come si legge in un sito di una banca è lo “strumento finanziario che si basa sul valore del bene dato in pegno e non sulla valutazione del merito di credito del cliente”.

“Il debitore porta oggetti d’oro, gioielli, diamanti e pietre preziose, orologi d’oro o di marca e viene fatta una perizia di stima allo sportello da un perito estimatore, il quale decide quanti soldi dare, si tiene l’oggetto prezioso e rilascia una polizza che garantisce il proprietario e gli consentirà di riscattare il bene impegnato, presentandola allo sportello”.

Al termine della polizza – in genere dura 6 mesi – il debitore può riconsegnare il denaro preso in prestito insieme agli interessi e riavere il suo oro impegnato, altrimenti la banca procederà a vedere i beni ad un’asta pubblica.
A essere alquanto sospetta, come rivela l’inviata de La Gabbia, è la valutazione che viene fatta dell’oro. Una catenina da 17,80 grammi viene valutata 180 euro, cui vanno aggiunti più 12 di interessi. Almeno al banco dei pegni. Un esperto chiamato in causa dalla troupe televisiva ha invece valutato lo stesso bene quasi il doppio, circa 360 euro.
Un doppio vantaggio per la banca quindi: non solo ci guadagna con gli interessi per il denaro preso in prestito ma qualora il debitore non riesca a rientrare dal suo debito, la banca può rivendere l’oro al doppio di quanto lo ha ottenuto concedendo il prestito.

 

 

Italiani in fila al banco dei pegni, oro in cambio di prestiti da usura

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CODACONS: NO A QUALSIASI AUMENTO DELL’IVA. DA ULTIMI RITOCCHI IVA STANGATA DA +499 EURO ANNUI A FAMIGLIA. EFFETTI NEGATIVI SU CONSUMI

FISCO: C.CONTI, POSSIBILI 5 MLD CON RITOCCHI REGIME IVA

Netta bocciatura da parte del Codacons alla proposta avanzata oggi dalla Corte dei Conti di spostare parte della base imponibile con Iva agevolata al 10% verso l’aliquota ordinaria al 22%, per portare nelle casse dello Stato 5 miliardi di euro.
“Con tale misura ancora una volta sarebbero solo i consumatori a pagare, attraverso un incremento dei prezzi al dettaglio – denuncia il Presidente Carlo Rienzi – Una idea assolutamente ingiusta quella di aumentare l’Iva su alcuni beni, considerando che negli ultimi anni i ritocchi dell’imposta sul valore aggiunto hanno arrecato danno alle famiglie, ridotto i consumi e diminuito il gettito erariale”.
“Nel nostro paese l’Iva ha già subito di recente in Italia due incrementi, con effetti disastrosi per le tasche delle famiglie e per i consumi: dal 20 al 21% nel settembre 2011 con un aggravio medio di spesa pari a 290 euro anni a famiglia; dal 21 al 22% nel 2013 con maggiore spesa pari a 209 euro a famiglia su base annua, per una stangata media da +499 euro annui a famiglia – prosegue Rienzi –  Il gettito per le casse dello Stato è risultato tuttavia inferiore alle aspettative, perché i consumatori hanno reagito al rincaro dei prezzi riducendo la spesa. Per tale motivo ci opporremmo a qualsiasi intervento al rialzo sull’Iva, e bocciamo senza appello la proposta della Corte dei Conti”.

CODACONS: NO A QUALSIASI AUMENTO DELL’IVA. DA ULTIMI RITOCCHI IVA STANGATA DA +499 EURO ANNUI A FAMIGLIA. EFFETTI NEGATIVI SU CONSUMI

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Adusbef: Visco, ha la faccia tosta di affermare che la vigilanza ha prevenuto crisi del sistema? Visco si deve dimettere subito

 (Adusbef) – Governatore Visco si deve dimettere subito, con auspicio venga incriminato dalle Procure

Il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, la cui incriminazione per i gravissimi danni inferti ai risparmiatori è sempre tardiva, ha affermato oggi in audizione al Senato che il valore delle sofferenze delle 4 banche (Carife, Etruria, Banca Marche e Carichieti), valutato da Bankitalia al 17,6%,  è stato rivisto al rialzo nei giorni scorsi dagli “esperti indipendenti”. Visco ha  ricordato come il valore deciso “d’urgenza” nel novembre scorso, fosse stato deciso “tenendo conto delle comunicazioni al governo da parte delle Commissione Ue” che ha indicato come valore economico reale di cessione delle sofferenze il 25% del nominale sui garantiti da ipoteca e l’8,4% chirografaria con una media del 17,6%. Ora Visco rileva come tali valori siano stati rivisti di media al 31% per i garantiti e il 7,3% gli altri, con una media ponderata del 22,4%.

 
    A parte che la media del 22,4% su 8,5 miliardi di euro di sofferenze, ossia 1,9 mld di euro, in luogo del 17,6%  valutato da Bankitalia, pari a 1,496 mld di euro, determina un valore di 405 milioni di euro in più  in grado di risarcire integralmente gli obbligazionisti subordinati delle 4 banche in risoluzione, senza le elemosine arbitrali, la tardiva ammissione del Governatore al Senato, rappresenta la prova provata di una pseudo Autorità allo sbando, dannosa sia  per i risparmiatori espropriati da Bankitalia e dallo Stato, che per il sistema bancario italiano, il cui grado di fiducia e reputazione è ai minimi storici.
 
   Visco inoltre, a fronte di una crisi sistemica delle banche italiane, come la BpVi, costretta ad elemosinare  aumenti di capitale per restare in piedi, la cui scellerata gestione del credito e del risparmio ha bruciato oltre 10 miliardi di euro di valore, gettando sul lastrico 117.000 azionisti, il cui  valore delle azioni è passato da 62,50 euro a 0,10-3 euro, ha  avuto la faccia tosta di affermare  che la vigilanza ha prevenuto la crisi  generale del sistema bancario.
 
    Bankitalia ed il Governatore Visco, andando a braccetto coi banchieri, in primis Giovanni Zonin ed Andrea Monorchio della BpVi,non solo non sono riusciti a prevenire la crisi sistemica, ma sono responsabili delle gestioni criminali di associazioni a delinquere di stampo bancario, che hanno frodato azionisti ed obbligazionisti, bruciando il sudato risparmio di intere generazioni, per questo è sempre tardi la loro incriminazione penale per i danni inferti  ai risparmiatori.

Visco, ha la faccia tosta di affermare che la vigilanza ha prevenuto crisi del sistema?

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Cara Bankitalia, su BpVi non convinci nessuno Banca d’Italia sostiene che non poteva fare altro. La Bce sta ancora valutando sanzioni. Alla faccia del tempismo

Autore : Adriano Verlato Banca d’Italia sostiene che non poteva fare altro. La Bce sta ancora valutando sanzioni. Alla faccia del tempismo Ho letto, nemmeno con molta sorpresa, le spiegazioni della Banca d’Italia alle richieste di chiarimenti presentate dalla commissione…

Cassazione : Merce comprata all’asta e poi rivenduta “Attività Commerciale con Applicazione Iva”

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Cassazione : Merce comprata all’asta e poi rivenduta “Attività Commerciale  con Applicazione Iva”

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UBS: preparatevi alla selezione naturale delle banche in Europa

UBS: preparatevi alla selezione naturale delle banche in Europa:

L’Europa
è da tempo impegnata in una vera e propria lotta alla dipendenza dal
settore bancario e, nello stesso tempo, al rafforzamento di un pilastro
dell’economia continentale, pilastro al quale l’intera società del
Vecchio Continente si è appoggiata da tempo in maniera troppo dipendente
favorendo perciò quel legame insano e pericoloso che la Bce e i vertici
europei stanno tentando di sciogliere a tutti i costi.
Banche ed economia: troppa dipendenza
Anche
perché è stata proprio l’interdipendenza tra Banche ed Economia reale a
favorire il peggioramento e soprattutto l’incancrenirsi della crisi che
stiamo vivendo ormai da quasi 10 anni e che non sta dando se non pochi
accenni di debolezza: i forti colpi datigli dalle misure di stimolo
delle varie strategie create dalla Bce hanno potuto molto poco a quanto
pare visto che nemmeno un Quantitative Easing potenziato sta facendo
invertire la rotta di un’inflazione congelata e di una deflazione sempre
più tenace. Per quanto si debba aspettare ancora i tempi tecnici,
almeno a detta di Draghi. Il quale, a sua volta non perde occasione per
avvertire di una situazione dell’economia europea che resta ancora
fragile ed esposta ai vari rischi presenti sul panorama mondiale oltre a
quelli già presenti (e più volte ripetuti) all’interno non solo
dell’eurozona, contrassegnata da dislivelli interni e da mancanza di
coesione e riforme, ma dell’intera Unione Europea. Una Unione che a sua
volta può lamentare gli stessi problemi, cui va però aggiunta la
tensione politica derivante dalla possibile uscita della Gran Bretagna
decretata (forse) dal referendum indetto il 23 giugno.
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