Anatocismo, Usura Bancaria, Analisi econometriche

Avvocati: la Cassazione si è pronunciata sull’esonero della responsabilità professionale

La Suprema Corte, con 2 sentenze (la n. 10700 e la n.10698), ha statuito sulle ipotesi in cui il legale può ritenersi scusabile.

In tema della responsabilità dell’avvocato, la giurisprudenza maggioritaria è concorde nel ritenere che essa non può ritenersi sussistente per il solo fatto dell’inadempimento dell’attività professionale. In tal senso, infatti, la violazione del dovere di diligenza qualificata nei confronti del cliente non può essere desunta certamente dal mancato raggiungimento dell’obiettivo. Il risarcimento del danno infatti presuppone sempre la prova dello stringente rapporto di causa-effetto tra la condotta negligente denunciata dall’assistito e il danno lamentato, posto che è proprio la prima che incide sulla valutazione prognostica circa l’esito dell’azione giudiziale che avrebbe dovuto essere seguita con rigore. Ne consegue che occorre sempre verificare se l’evento dannoso fatto valere dal cliente è riconducibile esclusivamente al comportamento processuale del legale. La Cassazione con due recenti sentenze ha fatto delle importanti precisazioni sul punto.
La Cassazione: sentenza n.10698/16 sul nesso eziologico
La Suprema Corte con tale sentenza si è pronunciata sulla responsabilità di un legale che era stato citato in giudizio dal cliente, per ottenere il risarcimento dei danni, perché il 1^ non aveva impugnato delle delibere condominiali. Dopo che sia il Tribunale che la Corte d’appello hanno rigettato il ricorso del cliente, in mancanza di una prova della probabilità di un giudizio favorevole, il giudizio è finito in Cassazione. Gli Ermellini hanno ritenuto che sia l’errore grave sia la colpa lieve non sono fonti di responsabilità per l’avvocato qualora, una volta assolto scrupolosamente il suo dovere, il giudizio comunque non avrebbe avuto un esito differente per il cliente. Il risarcimento del danno scatta quindi solo quando viene dimostrato che l’evento dannoso si è verificato effettivamente e viene accertato che il difensore, senza quell’omissione tenendo il comportamento dovuto, avrebbe invece ottenuto il riconoscimento delle ragioni del suo assistito. I giudici di legittimità hanno infine precisato che tale risarcimento deve comprendere sia la perdita sia il mancato guadagno subiti dal cliente-creditore, dovendosi escludere, nel caso di specie, che il lucro cessante e la perdita sofferta siano stati conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento del legale. Insindacabile dunque la decisione di non accogliere la richiesta cliente, che non aveva infatti provato la sussistenza del nesso eziologico tra la condotta omissiva dell’avvocato ed i pretesi danni.
Scusabilità del legale nell’espletamento del mandato
La Cassazione con la sentenza n.10700 del 24 maggio si è trovata invece ad affrontare un caso in cui un legale è stato citato in giudizio per responsabilità professionale dall’utilizzatore dell’auto che era stata rubata. L’avvocato avrebbe infatti inviato tardivamente una richiesta di risarcimento per il furto dell’auto allorquando erano gia decorsi i termini di prescrizione. L’utilizzatore ha quindi chiesto la condanna al risarcimento dei danni pari all’importo dell’indennizzo dovuto in relazione al valore dell’auto rubata. Sia i giudici di merito sia la Corte di Cassazione hanno però rigettato il suo ricorso ritenendo che a conferire il mandato professionale al legale avrebbe dovuto essere il proprietario dell’auto. Ad avviso degli Ermellini dunque non può dirsi esistente nessuna responsabilità dell’avvocato proprio perché l’incarico era stato affidato dal semplice utilizzatore dell’auto messa a disposizione dal proprietario. Infine i giudici di legittimità hanno richiamato anche l’articolo 1904 del cod. civ. che dispone infatti che è sempre il legittimo proprietario/assicurato a dover manifestare l’interesse ad ottenere il risarcimento in virtù del contratto di assicurazione contro i danni.

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Anatocismo Confermata vittoria Codacons, Cassazione : Bpm deve pagare interessi a clienti

(ANSA) – ROMA, 24 MAG – Vittoria del Codacons in Cassazione sullo spinoso tema della restituzione degli interessi anatocistici dichiarati ‘fuorilegge’ dal 1999: sancito il diritto dei rappresentanti dei consumatori ad ottenere inibitorie a carico delle banche che rifiutano di restituire il ‘maltolto’. La Suprema Corte ha infatti respinto il ricorso con il quale la Banca Popolare di Milano contestava il diritto del Codacons ad aver ottenuto, in primo grado e in appello, l’inibizione nei confronti della banca dal continuare “a rifiutarsi di restituire alla propria clientela le somme indebitamente percepite, dall’inizio di ogni rapporto fino al 22 aprile 2000, in applicazione della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi”. Davanti ai supremi giudici, Bpm ha contestato che l’inibitoria possa avere un contenuto positivo, come quello di condannare la banca alla restituzione, che sarebbe una “inammissibile” imposizione a ‘facere’. La tesi non ha fatto breccia tra gli ‘ermellini’. “Se è vero che il concetto di inibitoria potrebbe evocare l’idea di una condotta avente un contenuto negativo (di ‘non fare’), – ha replicato la Cassazione – non si può dubitare che, nel caso in cui la violazione dei diritti dei consumatori e degli utenti sia attuata con una condotta omissiva (mediante il rifiuto di riconoscere un diritto), l’imposizione di un ‘facere’ costituisce uno strumento necessario e consentito dalla legge 281 del 1988 (e ora dal Codice del consumo), in base al quale il giudice può, non solo, inibire gli atti e i comportamenti lesivi degli interessi dei consumatori e degli utenti, ma anche adottare le misure idonee a correggere o eliminare gli effetti dannosi delle violazioni accertate”. Per questa ragione i supremi giudici – sentenza 19713 depositata oggi – hanno confermato l’ordine di inibitoria a Bpm pronunciato dalla Corte di Appello di Milano nel 2010, conforme al verdetto di primo grado del 2004. La vittoria del Codacons – spiega la Cassazione – non implica “un positivo riconoscimento dei diritti dei singoli clienti, da perseguire eventualmente, nell’ambito di giudizi individuali aventi ad oggetto specifici rapporti contrattuali con essi”, ma deve essere intesa come “una pronuncia a tutela degli interessi collettivi”. In pratica, Bpm potrà difendersi nelle eventuali cause individuali “che i singoli clienti potranno promuovere a tutela dei loro diritti individuali”, ma rimane il fatto che il verdetto ottenuto dal Codacons segna un punto a vantaggio dei correntisti perché “è strumentale alla tutela dell’interesse comune dei clienti della banca, che si concretizza in una pronuncia di accertamento che, a prescindere dalle peculiarità delle singole posizioni individuali, sia idonea ad agevolare le iniziative individuali, sollevando i singoli consumatori dai relativi oneri e rischi”.(ANSA).

 

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I “No Salva Banche” pronti a nuove manifestazioni | estense.com Ferrara

 Il comitato No Salva Banche non demorde e rilancia. Dopo la manifestazione dello scorso 7 maggio ha deciso di organizzare un nuovo incontro pubblico, martedì 31 maggio presso la Sala della Musica, ‘per discutere insieme dei passi successivi da mettere in campo’, in quanto, dicono, non soddisfatti del decreto sul rimborso dei risparmi azzerati. ‘Il risarcimento – spiegano in un comunicato – riguarderà i risparmiatori con determinate caratteristiche, nelle quali rientra una percentuale esigua rispetto alla platea colpita, e riguarderà solo una minima parte di ciò che ci hanno rubato.  Sei mesi di attesa per elaborare un decreto che non soddisfa in alcun modo le nostre aspettative e le nostre pretese, a ulteriore dimostrazione che la scarsa fiducia che corrispondevamo nei confronti dei responsabili di ciò che ci è successo si è dimostrata azzeccata. Lo ribadiamo con chiarezza: saremo soddisfatti solo se e quando otterremo un risarcimento completo e generalizzato. Ciò che ci hanno rubato,

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CLAMOROSO: il Consiglio di Stato licenzia i docenti assunti per ricorso

Un’ordinanza questa del Consiglio di Stato destinata a gettare nel panico alcune migliaia di docenti che avevano ottenuto il ruolo grazie al ricorso al TAR del Lazio e che oggi viene congelato, se non bocciato appunto dal Consiglio di Stato. L’ordinanza è stata depositata il 20 maggio 2016 e sospende
l’efficacia di una sentenza del TAR Lazio concernente il concorso per esami e titoli per il reclutamento del personale docente della scuola indetto con DDG n.82 del 24 settembre 2012.
L’antefatto
“Il TAR Lazio – scrive Ficara su la Tecnica della Scuola – aveva ammesso con riserva al concorso, poi superato, alcune migliaia di docenti che non avevano raggiunto la soglia dei 21/30 nella prova
preselettiva. In prima istanza questi docenti sono stati ammessi con riserva nelle graduatorie di merito del concorso ordinario 2012, poi con la sentenza di primo grado tale riserva è stata sciolta e questi
docenti sono entrati in ruolo ed alcuni stanno terminando quest’anno anche l’anno di prova.
Cosa succederà agli ex precari?
Con questa assurda ordinanza del Consiglio di Stato – continua Ficara –  si sostiene che la soglia dei 21/30 posta per la prova preselettiva appare non irragionevole, e decide che la sentenza del TAR Lazio è sospesa in via cautelare. Inoltre il Consiglio di Stato fissa l’udienza pubblica, per discutere nel merito la delicatissima questione, il 20 dicembre 2016. In buona sostanza i docenti immessi in ruolo e che hanno svolto uno o due anni di servizio e che per altro non hanno potuto partecipare, perché assunti in ruolo dalle graduatorie di merito del concorso 2012, al nuovo concorso a cattedra bandito con DDG 105 del 23 febbraio 2016.
Quindi oltre il danno, anche la beffa? Come è possibile fare entrare in ruolo dei docenti, fargli frequentare anche l’anno di prova, giudicarli positivamente e poi ordinare la cancellazione del loro ruolo? D’altronde si tratta di docenti che hanno superato le prove scritte e orali del concorso ordinario 2012, dimostrando di essere preparati ad affrontare questo delicato ruolo. Adesso è necessario che si intervenga a  sanare quella che sembra acquisire i contorni di una storia priva di ogni significato logico. Come è possibile sanare questa questione?
La politica e il Miur sono chiamati a dare una risposta ad un caso che potrebbe diventare un vero e proprio scandalo anche per i numeri dei  docenti coinvolti a cui è necessario dare immediatamente una risposta”.

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Indennizzi crack banche, Cappelletti: anche i risparmiatori di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca devono averne diritto

Riceviamo dal senatore M5S Enrico Cappelletti e pubblichiamo In questi giorni è in esame in Senato il disegno di legge di conversione del d.l. n. 59/2016 che prevede, a favore degli investitori truffati dalle banche, un indennizzo nei limiti dell’80%…

Acqua Santo Stefano: panico tra i consumatori ad Angri, l’azienda dice la sua

Da diverse ore circola in rete un comunicato dell’azienda Sorgenti Santo Stefano Spa indirizzata ad un grande supermercato di Angri che ha messo in allarme migliaia di cittadini-consumatori creando un’ondata di panico, visto che il marchio è uno dei più venduti in provincia di Salerno e non solo. Nella lettera si legge: “Con la presente vi informiamo di avere ricevuto comunicazione da parte di ARPA Campania in merito ad esiti analitici difformi inerenti n°1 bottiglia di acqua minerale naturale “Santo Stefano” di cui i riferimenti in oggetto. Con l’intenzione di massima trasparenza, soprattutto finalizzata alla salvaguardia dell’immagine commerciale della Sorgenti S. Stefano Spa, anche se in assenza di provvedimento alcuno da parte di nessun organo di controllo giurisdizionalmente competente chiediamo di verificare l’eventuale giacenza residua del prodotto presso i Vostri magazzini e cautelativamente, in caso di riscontro positivo, di predisporre tale merce per il reso verso la scrivente”. Per molti è iniziata la ricerca della fatidica e leggendaria data marzo-aprile sulle confezioni di acqua, visto che inizialmente si parlava erroneamente di un intero lotto di produzione a rischio, ma l’azienda ha smentito e ridimensionato  ufficialmente la notizia ai nostri microfoni: “Abbiamo fatto questa comunicazione il 17 maggio solo ad un supermercato (di Angri, ndr) perchè avevamo un problema su una bottiglia. Abbiamo fatto le dovute verifiche e il problema è rientrato. Il problema era solo in quel supermercato e su una bottiglia” prontamente ritirata. A breve arriverà
il comunicato ufficiale dell’azienda che chiarirà tutti gli aspetti della vicenda.

Acqua Santo Stefano: panico tra i consumatori ad Angri, l’azienda dice la sua

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Carife, la procura indaga sugli ultimi 10 anni di gestione | estense.com Ferrara

La procura di Ferrara ha aperto un’indagine per individuare le eventuali responsabilità penali nel crac della vecchia Carife, che il 22  novembre dell’anno scorso dichiarò uno stato di insolvenza per 433
milioni di euro. Una vicenda ormai fin troppo nota dove le cronache finanziarie si incrociano a quelle politiche, sociali e giudiziarie. E proprio da quest’ultimo fronte giunge la notizia della nuova inchiesta
che verterà sull’operato degli ex vertici della banca (manager, dirigenti e membri del consiglio di amministrazione) che hanno guidato la banca prima del commissariamento. A coordinare l’inchiesta è il procuratore capo Bruno Cherchi, affiancato dai pm Stefano Longhi e Barbara Cavallo. Il pool di magistrati dovrà ‘scandagliare’ tutte le operazioni e le decisioni prese dai vertici di Carife almeno negli ultimi 10 anni, ovvero quando cominciarono a crearsi i presupposti per l’aumenti di capitale del 2011, che portò nelle casse della banca 150 milioni di euro e 5.700 nuovi azionisti,oggi tutti drammaticamente “azzerati”. L’ipotesi della procura è che chi sottoscrisse qui titoli possa essere
stato tratto in inganno da informazioni sbagliate sulla rischiosità dell’investimento. E la stessa BankItalia, che autorizzò l’aumento di capitale, potrebbe aver ricevuto dati incorretti, che la portarono poi ad avvallare l’operazione.

Tutti elementi da chiarire nell’ambito di una maxi-inchiesta che in futuro potrebbe avere notevoli
ripercussioni anche nello scontro tra associazioni di risparmiatori, governo e nuove banche in fatto di risarcimenti: con l’accertamento di eventuali responsabilità penali da parte degli ex dirigenti, gli ex
azionisti e obbligazionisti avrebbero finalmente figure ben definite, con nome e cognome, contro cui rivalersi. Sperando che nel frattempo i capitali, che potrebbero essere stati distratti o occultati dalla banca, non siano nuovamente scomparsi nel nulla.

 carife

fonte : estense.com
Carife, la procura indaga sugli ultimi 10 anni di gestione | estense.com Ferrara:

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Italia e Grecia: stampa serva delle banche Grecia, ‘Il debito con il FMI non è che strozzinaggio’

Grecia, ‘Il debito con il FMI non è che strozzinaggio’

Record di presenze alla manifestazione anti-austerity di mercoledì 17 giugno.

ROMA (WSI) – Oltre all’enorme debito che zavorra i conti pubblici e che le rende osservate speciali di Ue e Bce, la Grecia e l’Italia hanno un altro elemento in comune: la relazione pericolosa tra banche, politici e media.
Nel caso dell’Italia, ad affrontare l’argomento è stato recentemente Luigi Zingales, economista e professore alla University of Chicago Booth School of Business, a Chicago, editorialista di fama anche per quotidiani e settimanali italiani.  Zingales dimostra come diversi siano i giornali italiani che si inginocchiano al volere delle banche, presentando alla fine una realtà distorta che certamente stride con il concetto di libertà di stampa.

Per Zingales, il problema della stampa che non riesce più a essere libera e finisce al servizio degli interessi degli inserzionisti pubblicitari si manifesta in tutta la sua gravità nel momento in cui i mezzi di informazione versano in condizioni finanziarie precarie. E’ così che, tra l’altro, funzionano le cose: “quando i debitori si trovano in difficoltà economiche o finanziarie, i creditori hanno una grande influenza sulle loro decisioni”. Zingales continua: Non c’è ragione di credere che per i quotidiani le cose vadano diversamente (…) Le banche potrebbero – almeno in linea di principio – ottenere dunque un potere rilevante sulla diffusione di alcune notizie attraverso la carta stampata, grazie ai prestiti che erogano (a favore degli stessi giornali, in qualità di inserzionisti pubblicitari)”.
L’economista italiano passa poi dalla teoria ai fatti, chiedendosi se il suo ragionamento sia confinato alla semplice possibilità valutata a livello accademico o se esista una base empirica. E la sua ricerca snocciola risultati interessanti. Intanto, come chiaramente riportato nella tabella di cui sotto, “molti quotidiani italiani sono in perdita e/o sono pesantemente indebitati”.
Ma, “anche quelli che non sono pesantemente indebitati, hanno motivo di essere influenzati dagli interessi delle banche. Per esempio, il Messaggero e Il Mattino sono di proprietà di Caltagirone, industriale che detiene anche una rilevante partecipazione in Unicredit, una delle due principali banche in Italia. Editoriale Espresso è controllato dalla famiglia De Benedetti che, durante il periodo preso in considerazione, ha dovuto rinegoziare con le banche per garantire il futuro a una società di cui detiene il controllo (Sorgenia). L’unico quotidiano che non è molto indebitato o molto dipendente dalle banche per altre ragioni è Il Fatto Quotidiano“.

Table1

Partendo da questi dati , Zingales studia il modo in cui i giornali hanno coperto la notizia della riforma delle banche popolari voluta dal governo Renzi – che non è piaciuta in generale al settore bancario – e il lancio del fondo Atlante (che invece ha fatto gli interessi delle banche).

“Ho ripreso tutte le notizie che sono apparse nei dieci principali quotidiani italiani nei primi nove giorni dall’annuncio di entrambi gli eventi, con l’aiuto di un assistente di ricerca per classificare gli articoli in base al loro contenuto. Un articolo è considerato positivo (+1) se contiene giudizi positivi in modo esplicito”.

Ne è emerso, che in data 11/4/2016 il Messaggero ha pubblicato un articolo in cui definitiva il fondo Atlante “un risultato magnifico”. Il 20/4/2016 La Repubblica scriveva che “alle tante voci in favore di Atlas, da Draghi all’Fmi, dal G20 al ministro Schaeuble, si aggiunge quella autorevole di Jean-Claude Trichet (ex numero uno della Bce). Zingales fa notare che “un articolo è considerato neutrale se si limita a descrivere semplicemente il fondo, come è stato nel caso dell’articolo di Conti su Il Giornale del 13/4/2016. Un articolo viene considerato critico se alimenta invece dubbi sul modo in cui il fondo dovrebbe operare per realizzare l’obiettivo prefissato. Per esempio, l’articolo del 12/4/2016 su “Il Fatto Quotidiano” titolava “Troppe sofferenze ma pochi soldi: il peso che schiaccia Atlante“. Per stabilire cosa debba essere un giudizio obiettivo, ho anche raccolto le opinioni pubblicate in sei principali quotidiani stranieri”.
E il risultato è che “i quotidiani italiani sono fortemente a favore del fondo Atlante, mentre quelli stranieri sono per lo più contro. L’opposto è vero per la trasformazione delle banche popolari: in media i quotidiani italiani sono contro, mentre i quotidiani stranieri sono decisamente a favore”.

figure1

Ma l’Italia non è certo l’unica a presentare questo fenomeno. Un articolo di KeepTalking Greece fa luce sulla stessa distorsione presente in Grecia, dopo la decisione della Commissione parlamentare di inchiesta, lo scorso mercoledì, di indagare sul modo in cui le banche hanno erogato finanziamenti e hanno speso in inserzioni pubblicitarie a favore di diversi partiti politici e gruppi di media, nel corso degli ultimi dieci anni. E’ stata così accolta la richiesta della parlamentare Annetta Kavvadia, un tempo giornalista, secondo cui “nel 2015 il 70% delle spese pubblicitarie delle banche è stato distribuito tra cinque organi di stampa”.
Per Kavvadia era ed è fondamentale che i cittadini greci abbiano il diritto di sapere che, mentre dicevano stop ai prestiti a favore delle piccole e medie imprese, le stesse banche pubblicavano inserzioni pubblicitarie, tra l’altro nei mezzi di informazione a cui in precedenza avevano erogato finanziamenti (che evidentemente poi tali media non erano stati capaci di rimborsare).
Per capire come stanno le cose in Grecia, KeepTalkingGreece ha riportato l’intervista rilasciata da Giorgos Pleios, responsabile del dipartimento di Studi sulla comunicazione e sui media presso la National and Kapodestrian University di Atene, che ha così spiegato la situazione:

“La Grecia è uno di quei paesi dell’Europa del sud dove esiste una stretta relazione e interdipendenza tra i media e il potere politico – e anche economico – sia a livello istituzionale che ideologico. (…) I proprietari dei mezzi di informazione in Grecia – proprietari anche di altre attività nel settore delle costruzioni e cantieristico, nuove tecnologie e servizi sanitari) tendono a fornire un sostegno politico ai partiti, specialmente a coloro che sono al potere o che hanno la probabilità di formare un nuovo governo. Dall’altro lato, i partiti politici in Grecia tendono a dare un sostegno finanziario e amministrativo ai proprietari dei mezzi di informazione e alle aziende che sono di proprietà dei cosiddetti ‘oligarchi’, in cambio del loro sostegno politico”.

Nel 2016, l’Italia è scivolata al 77esimo posto nella classifica di Reporters Sans Frontieres, su 180 paesi esaminati. La Grecia si trova all’89esimo posto. Forse ora si sa meglio il perchè.

Fonte articolo Luigi Zingales
Fonte KeepTalkingGreece
Italia e Grecia: stampa serva delle banche Grecia, ‘Il debito con il FMI non è che strozzinaggio’
fonte : wallstreetitalia.com
autore:  Laura Naka Antonelli

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Etruria e quel filo legato a Bini Smaghi – giornaleditalia

Interrogazione del fittiano Bianconi che punta il dito contro il fedelissimo di Renzi, già presidente di Chianti Banca
Etruria e quel filo legato a Bini Smaghi

continua a far discutere il decreto varato dal governo per i rimborsi. I risparmiatori chiedono modifiche al provvedimento

Il decreto varato dal governo alla fine di aprile, dopo ben cinque
mesi di attesa straziante condita pure da un suicidio, che prevede un
rimborso forfettario fino all’80% della cifra sottratta indebitamente
per chi ha un reddito lordo inferiore ai 35mila euro o un patrimonio
mobiliare che non supera i 100.000, senza dovere ricorrere
all’arbitrato, continua a far discutere. Perché ritenuto fortemente
ingiusto e troppo generico. Certamente non rassicurante. E così le
vittime del salva-banche, in audizione presso la commissione Finanze del
Senato, hanno avanzato istanza proponendo una modifica al
provvedimento. Chiedendo di estendere la platea dei beneficiari fino ai
redditi da 55.000 euro e prevedere un indennizzo al 99% per chi guadagna
meno di 18.000 euro l’anno.
Toccherà al Parlamento, adesso, prendere in mano la questione. Ma la
battaglia si annuncia durissima visto che il Pd è costretto a seguire
alla lettera le direttive del premier-segretario che di trattare, sul
tema, proprio non ne vuole sapere.
Intanto ad Arezzo non si spengono le polemiche legate al crac della
vecchia Banca Etruria che giorno dopo giorno continua a regalare colpi
di scena. Con l’inchiesta destinata a chiudersi nel peggiore dei modi
visto che la maggior parte dei responsabili potrà presto avvalersi del
salvagente della prescrizione. Tant’è, il deputato Maurizio Bianconi (ex
Forza Italia passato dal novembre 2015 nel gruppo Conservatori e
Riformisti) ha depositato una interrogazione urgente rivolta al
presidente del Consiglio Renzi, alla ministra per le Riforme e i
Rapporti col Parlamento Boschi e al titolare dell’Economia Padoan.
Ricostruendo in maniera dettagliata tutta la vicenda riguardante la
vendita dei crediti in sofferenza cinque giorni prima del decreto
salva-banche, fino ad intrecciare le sorti dell’istituto di credito
aretino con Chianti Banca, puntando addirittura il dito contro il
presidente Lorenzo Bini Smaghi, renziano di ferro e già membro del
comitato esecutivo della Bce oltre che numero uno della Società
Generale, il colosso francese nominato da Bankitalia advisor per la
vendita di Etruria.
L’onorevole fittiano vuole fare chiarezza su un presunto conflitto
d’interessi tutto d’accertare. E chiede l’intervento di Bankitalia oltre
che della magistratura su un caso pieno di punti oscuri. Col premier
Renzi (e con lui anche la Boschi) sollecitato a fornire la sua versione
circa i fatti contestati. In una vicenda che si arricchisce di altre
ombre con i responsabili di un vero e proprio disastro ancora impuniti.

Marco Zappa

Etruria e quel filo legato a Bini Smaghi – giornaleditalia

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“I derivati Unicredit danneggiarono Divania”: banca condannata

L’istituto di credito dovrà versare oltre 12 milioni di euro, così è stato deciso in primo grado dal giudice del Tribunale civile di Bari. La replica: “Non condividiamo e proporremo appello”

 

Bari – salottificio Divania
BARI – Il giudice monocratico del Tribunale civile di Bari, Valentino Lenoci, ha condannato la banca Unicredit spa al pagamento di 12.681.776 euro in favore della curatela del fallimento Divania, la società barese produttrice di divani dichiarata fallita nel 2011, corrispondenti alle presunte perdite dovute agli investimenti in derivati.
La sentenza
La sentenza riconosce “le gravi violazioni poste in essere” dall’istituto di credito “nella gestione dell’operatività in strumenti finanziari derivati” sottoscritti dal titolare dell’azienda, l’imprenditore barese Francesco Saverio Parisi, fra il 2000 e il 2005. Secondo il Tribunale civile  di Bari le operazioni finanziarie “non erano assolutamente coerenti con il profilo di rischio della società Divania” e “assolutamente inappropriate”. Secondo il giudice, l’imprenditore Francesco Saverio Parisi ha effettuato “investimenti in maniera inconsapevole, senza conoscere adeguatamente natura e tipologia degli strumenti finanziari sottoscritti”. Il giudice scrive di “gravissime violazioni compiute da Unicredit, con riferimento agli obblighi informativi da porre in essere al momento della stipulazione delle singole operazioni” e di “notevole superficialità nella gestione documentale dell’operatività in essere”. Sempre secondo il giudice, concludendo “la condotta della banca ha cagionato una serie rilevantissima di danni”.
La replica
“Unicredit – si legge in una nota – non condivide la sentenza e si riserva di proporre appello. Si ribadisce ancora una volta che le vere ragioni del default di Divania sono contenute nella sentenza dichiarativa del suo fallimento del giugno 2011, confermate anche dalla Corte di appello di Bari che, nella sostanza, escludono che la contestata operatività in derivati abbia potuto rappresentare anche solo una concausa del dissesto di Divania”,.
fonte: borderline24.com  Di redazione
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