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Volpi: «Io rovinato dalle banche usuraie, se condannato torno»

L’imprenditore Giuseppe Volpi, 53 anni, sotto accusa per bancarotta, è negli Stati Uniti, dove sostiene di lavorare per una compagnia petrolifera. Oggi sarà giudicato in tribunale: rischia una condanna a 12 anni. Gli abbiamo posto alcune domande via mail alle quali ha risposto. Volpi: «Io rovinato dalle banche usuraie, se condannato torno»

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fonte : Iltirreno

L’imprenditore Giuseppe Volpi, 53 anni, sotto accusa per bancarotta, è negli Stati Uniti, dove sostiene di lavorare per una compagnia petrolifera. Oggi sarà giudicato in tribunale: rischia una condanna a 12 anni. Gli abbiamo posto alcune domande via mail alle quali ha risposto.

Giuseppe Volpi, lei è stato impresario edile e costruttore importante da Massa-Carrara fino al Pistoiese. La procura chiede una condanna a 12 anni per bancarotta ma lei è all’estero. Perché non è venuto a difendersi in un’aula del tribunale?

«Come concesso dalla legge ho incaricato un difensore per assumere la mia difesa non essendoci obbligo della mia presenza al processo, la mia assenza è dovuta principalmente ad un’importante opportunità di lavoro offertami negli Stati Uniti nel 2011 dove attualmente risiedo e dove ho intrapreso una brillante carriera come dirigente nel settore sviluppo di aree strategiche in un’importante compagnia petrolifera internazionale.

Le contestazioni, in sintesi: lei avrebbe provocato il dissesto delle sue imprese trasferendo le proprietà degli immobili in società-scatole cinesi, con sede soprattutto negli Stati Uniti, a lei riconducibili. Molti cittadini che avevano versato anticipi e i suoi creditori hanno avuto enormi difficoltà. Perché ha costruito questo castello di società estere?

«Le risponderò in maniera chiara. Già nel 2005 le società erano in forte dissesto finanziario che non fu causato dal sottoscritto bensì dai poteri forti di questo paese, cioè dalle banche e dalle imprese, che io definisco mafiose, che presero in appalto i miei cantieri.

Le vendite degli immobili del 2006 alle società straniere oltre a non avere alcuna influenza sull’esito finale del fallimento delle società fu un tentativo di risanamento aziendale, perché vede, gli immobili in questione erano gravati da ipoteche al momento della cessione per il 100% del loro valore.

La cosa fondamentale che è sfuggita sia ai tecnici incaricati dal tribunale che alla pubblica accusa è che gli immobili al momento della cessione non erano finiti, ma ancora da terminare mentre la perizia che ne determinò il valore fu fatta ad immobili terminati e quindi il valore periziato degli stessi fu notevolmente superiore.

Questo è un punto chiave per poter determinare se trattasi o meno di bancarotta, nella pratica se si vendono degli immobili di maggior valore dei mutui è bancarotta, se invece si vendono immobili di ugual valore dei mutui trattasi di cessione di debiti; la giurisprudenza determina che nel caso non si tratta di bancarotta e l’intero impianto accusatorio si smonta. Ci saranno altri gradi di giudizio per dimostrare questo.

Ma io punto il dito verso le banche perché hanno devastato letteralmente i conti correnti delle mie società applicando, fin dall’inizio dell’attività delle mie società, tassi di interesse da usura, arrivando ad aggiungere la ricapitalizzazione trimestrale degli interessi, cioè l’anatocismo.

Ma cosa ben più grave obbligandomi a sottoscrivere prodotti bancari come derivati e altri prodotti truffa, che solo successivamente nel tempo vennero scoperti come vere e proprie truffe; ricordo che varie sentenze dei tribunali hanno obbligato al risarcimento dei danno.

Il trucco adottato era semplicissimo: ti prestavano i soldi a mezzo affidamenti bancari.

I classici scoperti di conto: le mie società ne avevano fino a 5 milioni di euro nel 2005, a semplice firma del sottoscritto ma ottenuti attraverso il lavoro su diversi cantieri importanti, promettendo di applicare tassi molto interessanti perché economici; nella realtà, trattandosi sempre di un accordo verbale, quando arrivavano gli estratti conto i tassi erano sempre doppi da quelli concordati, dopo un certo periodo di questo scempio, le banche sapevano che erodendo sistematicamente i conti correnti delle società ci sarebbe stato bisogno di altro denaro e qui entravano in gioco i magnifici prodotti ricatto, derivati e altri, una trappola mortale per le aziende.

Per quanto riguarda le imprese, purtroppo ritengo che all’epoca quelle che operavano nel mio settore nella provincia di Massa-Carrara fossero in qualche modo controllate da personaggi legati alla malavita.

È stato da parte mia inutile tentare di evitarle perché usavano prestanome anche locali incensurati. Erano abituati a fare quello che volevano sui cantieri lavoravano come e quando decidevano loro: gonfiavano i costi delle opere o abbandonavano i cantieri. Alla fine dopo infinite discussioni per trovare compromessi economici dopo essere stati pagati lasciavano i cantieri con una miriade di vizi occulti.

Alcuni di questi si presentavano nel mio ufficio esibendomi come biglietto da visita 3 pagine di casellario giudiziale con i peggiori reati penali, però adesso a me vogliono dare 12 anni di galera e loro sono ancora liberi. Mio malgrado ho sempre portato a termine gli immobili spesso dovendo realizzare le opere anche 2 o tre volte».

Lei sostiene che ci sono state infiltrazioni malavitose nelle imprese apuane: ha presentato denunce su questo?

«Sì, ma non ufficialmente: mi presentai presso gli uffici della guardia di Finanza più di una volta, nell’occasione di una minaccia specifica presso la mia abitazione intervennero anche con una unità operativa, però sempre mi consigliarono quasi paternamente di non affrontare mai a muso duro queste persone per la mia incolumità personale, perché molto pericolose ma di cercare di trovare sempre se possibile un accordo così ho sempre fatto».

Lei contesta il comportamento delle banche: anche su questo, ha presentato denunce?

«No, diciamo che è quasi impossibile denunciare delle banche durante la propria attività essendo esposti finanziariamente con le stesse, significherebbe decretare da quel momento la fine delle aziende penso sia abbastanza comprensibile a tutti senza dare maggiori spiegazioni, però in caso di fallimento sarebbe obbligo del curatore fallimentare denunciare questo comportamento truffaldino delle banche però mai si assiste a questo, i curatori fallimentari sono liberi professionisti incaricati dai tribunali, non hanno alcun interesse a mettersi contro le banche».

Se il tribunale la dovesse condannare, tornerà in Italia o aspetterà negli Stati Uniti dove, secondo l’accusa, lei ha trasferito illecitamente il suo tesoro?

«Prima cosa non ho trasferito alcun tesoro proprio da nessuna parte, io capisco che la sua domanda è frutto dell’avvincente ricostruzione dell’accusa, io le posso assicurare che ho svolto sempre correttamente il mio lavoro e mai ho sottratto beni mobili o denaro alle mie società illegittimamente (tra l’altro non mi sembra che mi venga contestato questo), le voglio portare per esempio che nel 2012 fui assolto in appello definitivamente dall’accusa di reato fiscale dopo un altro articolato processo a mio carico.

In prima istanza il tribunale di Massa nel processo di primo grado mi aveva condannato a 4 anni. In appello alla corte di Genova furono chiarite tutte le operazioni nel dettaglio, risultato assoluzione totale e nulla dovevo al fisco italiano.

Quindi per rispondere alla sua domanda le dico che qualora fossi condannato per aver sottratto tesori dalle società, mi costituirei immediatamente e tornerei in Italia per espiare la pena, questo per me è un punto di principio fondamentale, perché come

lei ha precisato giustamente nella sua precedente domanda molti cittadini che avevano versato anticipi e alcuni creditori hanno avuto enormi difficoltà, quindi in questa ipotesi sarebbe mio obbligo pagare con il carcere, ma questo non è avvenuto: tesori non ne ho sottratti».

(m.b.)

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