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Rilevabile d’ufficio dal giudice dell’esecuzione l’inesistenza del debitore esecutato.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 2043/17; depositata il 27gennaio. Rilevabile d’ufficio dal giudice dell’esecuzione l’inesistenza del debitore esecutato.

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Rilevabile d’ufficio dal giudice dell’esecuzione l’inesistenza del debitore esecutato.

 

Rilevabile d’ufficio dal giudice dell’esecuzione l’inesistenza del debitore esecutato.

Poiché legittimamente il giudice dell’esecuzione verifica anche d’ufficio l’esistenza del soggetto nei cui confronti è intentata la procedura esecutiva, va disposta la chiusura anticipata di una procedura seguita al pignoramento di beni immobili eseguito nei confronti di un trust in persona del trustee, anziché nei confronti di quest’ultimo, visto che il trust non è un ente dotato di personalità giuridica, né di soggettività, per quanto limitata ai soli fini della trascrizione, ma un mero insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato e formalmente intestati al trustee.

Esso rimane l’unico soggetto di riferimento nei rapporti con i terzi, non quale legale rappresentante, ma come colui che dispone del diritto; e neppure ostando a tale conclusione la nota di trascrizione del negozio di dotazione del trust, che non fonderebbe una valida continuità di trascrizioni con un soggetto inesistente.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 2043/17; depositata il 27gennaio.

Così si è espressa la Corte di Cassazione, con sentenza n. 2043/17 depositata il 27 gennaio. Il caso Un creditore intraprendeva un’azione esecutiva avente ad oggetto beni immobili conferiti in un trust. In particolare il processo…

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autore : Andrea Paganini – Avvocato

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La banca deve dimostrare di avere inviato il rendiconto di conto corrente

Anatocismo: la banca ha l’onere di produrre gli estratti a partire dall’apertura del conto anche antecedenti ai 10 anni. Cassazione civ. Sentenza n. 1584/2017 La banca deve dimostrare di avere inviato il rendiconto di conto corrente

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La banca deve dimostrare di avere inviato il rendiconto di conto corrente

La banca deve dimostrare di avere inviato il rendiconto di conto corrente

Anatocismo: la banca ha l’onere di produrre gli estratti a partire dall’apertura del conto anche antecedenti ai 10 anni. Cassazione civ. Sentenza n. 1584/2017

In opposizione a ingiunzione di pagamento promossa da istituto di credito, parte resistente (erede dell’originario titolare del conto corrente) chiedeva che la banca fosse dichiarata inadempiente all’obbligo di consegnare la documentazione relativa ai rapporti e alle operazioni intrattenute dalla banca con il loro dante causa.

La controversia aveva principalmente ad oggetto l’accertamento dell’inadempimento della banca all’obbligo di rendiconto, a fronte della
quale l’istituto di credito aveva replicato sulla avvenuta regolare consegna degli estratti conto verso i quali il correntista ha l’onere di
opporsi entro un termine decadenziale previsto per legge. Cosa mai avvenuta.

Del resto, si è ulteriormente valutato, la banca ha l’onere di documentare integralmente la fonte del proprio credito, producendo tutta
la documetazione dal quale scaturisce.

Il caso viene affrontato dalla Corte di Cassazione, che decide con Sentenza n. 1584 del 20/01/2017.

Secondo la S.C. ” … il contratto di conto corrente bancario, o di corrispondenza, ha natura di contratto innominato misto, in cui
concorrono gli elementi del mandato … ed elementi di altri negozi (così Cass. 21 dicembre 1971 n. 3701)

In tema di conto corrente bancario ha fondamento applicativo l’art. 1832 c.c. (cui fa rinvio l’art. 1857 c.c.). E in proposito, questa Corte ha ritenuto, in passato, che proprio alla luce di tale disposizione sia corretto credere che l’invio periodico degli estratti conto esaurisca, in relazione al periodo considerato, l’obbligo della banca di rendere il conto al cliente: con la conseguenza che ove questi abbia approvato, anche tacitamente, l’estratto conto ricevuto, non vi è più titolo per richiedere, in un secondo momento, altre forme di rendiconto relative al medesimo periodo (Cass. 22 maggio 1997, n. 4598, in motivazione)

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fonte : professionegiustizia.it

 

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Tassi usurai banca condannata a restituire 70mila euro

Sono stati costretti a dichiarare fallimento perché sommersi dai debiti contratti per poter fronteggiare un mutuo e i tassi d’interesse applicati da un istituto di credito a caratura nazionale. Tassi usurai banca condannata a restituire 70mila euro

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Tassi usurai banca condannata a restituire 70mila euro

Sono stati costretti a dichiarare fallimento perché sommersi dai debiti contratti per poter fronteggiare un mutuo e i tassi d’interesse applicati da un istituto di credito a caratura nazionale.

Il titolare di una società edile ed i suoi soci oramai al tracollo finanziario hanno dato mandato all’avvocato Francesco Malafronte di avviare un’azione giudiziaria contro la banca per il reato di anatocismo, la cosiddetta usura bancaria.

E nei giorni scorsi il giudice Capuzzi del tribunale civile di Cassino ha condannato la banca alla restituzione di oltre 70mila alla società.
In pratica è emerso che la ditta era stata costretta al crack perché la banca aveva azionato un recupero crediti nei loro confronti per un importo di 144.000 euro.
Le verifiche disposte dal magistrato civile hanno evidenziato che, non solo la banca non doveva avere 144.000 euro ma addirittura avrebbe dovuto restituire ai clienti oltre 70.000 per interessi usurai illegittimamente percepiti. (foto di repertorio)

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autore : @nicoletti
fonte : rete8.it
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L’incredibile storia dei mutui che aumentano in caso di estinzione in anticipo

Non sempre gli istituti di credito o le finanziarie, rispettano i doveri di trasparenza  e di informativa precontrattuale e contrattuale. L’incredibile storia dei mutui che aumentano in caso di estinzione in anticipo

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L’incredibile storia dei mutui che aumentano in caso di estinzione in anticipo

 

L’incredibile storia dei mutui che aumentano in caso di estinzione in anticipo

Non sempre gli istituti di credito o le finanziarie, rispettano i doveri di trasparenza  e di informativa precontrattuale e contrattuale, nel rapporto con il risparmiatore, che viene spesso indotto ad assumersi degli obblighi, invero inesistenti. Si fa, in particolare, riferimento, alle spese che vengono sostenute per ottenere l’erogazione del credito ( prestito, mutuo, cessione del quinto dello stipendio o della pensione).

Difatti, la moltitudine dei contratti di finanziamento, sono redatti in modo tale da rendere poco chiara la qualificazione dei costi o spese, non ripetibili, rispetto a quelli che  sono suscettibili di una restituzione parziale, in caso di estinzione anticipata.

Chi riesce, sia pure in questo periodo di crisi, ad estinguere anticipatamente il proprio finanziamento, anche con un nuovo prestito piu’ conveniente  del primo, potrebbe ritrovarsi l’imposizione di una polizza collegata al mutuo che resti in vigore, anche dopo l’estinzione dello stesso.

Ebbene questa clausola è nulla.

Invero le somme versate a titolo di commissioni bancarie e finanziarie o a copertura di un premio assicurativo, devono essere rimborsate al cliente, in misura proporzionale e parziale  al periodo non goduto.

Ovvero, in caso di pagamento anticipato del prestito, l’art. 125 sexies del Testo Unico Bancario, riconosce al consumatore,  la possibilità di ottenere una riduzione del  costo complessivo del credito, pari all’importo degli interessi e dei costi dovuti per la vita residua del contratto.

Va detto che le spese del credito, vanno distinte in attuali ed eventuali, le prime sono, temporalmente collocabili alla fase delle trattative e della formazione del contratto  (e sono note come commissioni c.d. up front); le seconde, invece, sono riconducibili ad attività e servizi della banca che si sviluppano e maturano nella fase esecutiva del rapporto (e sono note come commissioni c.d. recurring ).

Per cui in base a quanto indicato nella normativa ,  il cliente ha diritto al rimborso solo di queste ultime, in misura proporzionale alla durata residua ovvero alle rate residue  finanziamento di cui si tratta.

IL CASO : Decisioni dell’A.B.F. Roma, 17.2.2012, n. 491 e A.B.F. Roma, 22.1.2013, n. 449, entrambe infra, sez. III.

Nel 2008 un cliente stipulava con la banca, un contratto di finanziamento, contro cessione del quinto dello stipendio, con il quale si prevedevano somme aggiuntive, come dovute espressamente a titolo di commissioni finanziarie, di commissioni accessorie, nonché a titolo di costi assicurativi.

In conseguenza del rimborso anticipato di entrambi i prestiti da parte cliente, la banca provvedeva a restituire pro quota le commissioni non maturate, con esclusione tuttavia delle commissioni accessorie e dei premi assicurativi che lo stesso aveva anticipatamente corrisposto.

Il consumatore decideva quindi di rivolgersi all’A.B.F. per ottenere il rimborso pro quota di tutti i costi accessori non maturati alla data di estinzione dei due rapporti di mutuo A fondamento della propria pretesa, in particolare, il ricorrente evidenziava la mancata conformità ai requisiti di trasparenza bancaria dei contratti sottoscritti, là dove questi rendevano impossibile per il cliente l’individuazione degli oneri che gli dovevano essere restituiti in caso di estinzione anticipata del finanziamento.

La mancanza di chiarezza e trasparenza delle clausole relative alle commissioni accessorie, avrebbero impedito l’individuazione delle commissioni c.d. up front, ciò comportando la qualificazione delle stesse quali commissioni recurring. Per cui il consumatore chiedeva altresì la restituzione pro quota dei premi assicurativi non goduti.

La banca si difendeva, sostenendo da un lato che la mancata distinzione tra le cennate commissioni non sarebbe stata rilevante e dall’altro, che la quota non maturata dei premi assicurativi avrebbe dovuto essere restituita dalla compagnia assicuratrice.

La decisione dell’Arbitro romano, affronta segnatamente la questione dei criteri di rimborso delle commissioni accessorie e del premio assicurativo in caso di estinzione anticipata del finanziamento.

DISAMINA:

In sostanza ci sono oneri che il consumatore, paga in anticipo al momento della sottoscrizione del contratto, che non sono espressamente collegati a prestazioni che si esauriscono al momento della stipula, ma riferite al meccanismo progressivo.

Secondo i collegi dell’ABF (Arbitro Bancario e Finanziario), organo per la risoluzione alternativa delle contese tra clienti ed istituti bancari, in caso di estinzione anticipata di mutuo o di qualsivoglia credito finanziario,  la polizza collegata al finanziamento viene a decadere unitamente agli oneri bancari e finanziari versati anticipatamente, rimborsabili questi ultimi in maniera proporzionale alla quota mutuo relativa al periodo non fruito.

La questione coinvolge in primo luogo la trasparenza ed il rigore contrattuale al momento della sottoscrizione: è proprio in questa fase che il contratto risulta spesso poco “limpido” nella distinzione tra spese di up-front (commissioni uniche quindi non ripetibili da corrispondere al momento dell’apertura del credito) e spese di recurring (soggette ad una maturazione progressiva quindi rimborsabili obbligatoriamente con l’estinzione anticipata del finanziamento, A.B.F. Roma, 17.2.2012, n. 491 e A.B.F. Roma, 22.1.2013, n. 449, entrambe infra, sez. III).

Conseguenze:

Per quanto concerne la polizza, detta tecnicamente credit protection insurance e stipulata in virtù del rischio del credito ( rappresentato da malattie, invalidità permanenti, morte e quant’ altro possa  rendere in creditore incapace di assolvere al pagamento degli importi finanziati),  bisogna precisare che la nullità della clausola dopo l’estinzione anticipata (totale o parziale) del finanziamento riguarda solo la clausola e non l’intero contratto perché, determinando a carico del contraente un considerevole squilibrio dei diritti e degli obblighi previsti dal contratto , violerebbe la buona fede.

Ne consegue che il premio di copertura assicurativa riscosso sul periodo non goduto del finanziamento sia da considerarsi indebito, quindi da restituire.

L’erroneità di tale diffusissima consuetudine, di non ridurre il costo del credito al momento dell’adempimento anticipato,  è stata quindi segnalata dalla Banca d’Italia, attraverso due Comunicazioni in materia di cessione  del quinto dello stipendio (Comunicazione 10 novembre 2009, avente ad oggetto «Cessione del quinto dello stipendio e operazioni assimilate: cautele e indirizzi per gli operatori» e Comunicazione 7 aprile 2011, avente ad oggetto «Cessione del quinto dello stipendio o della pensione e operazioni assimilate »).

Va da sé che il successivo sorgere del notevole contenzioso, ha indotto quindi la Banca d’Italia, in attuazione del provvedimento 29.7.2009 sulla Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari, ad esortare gli intermediari finanziari «quanto meno con riferimento ai contratti in essere, a ricostruire le quote di commissioni soggette a maturazione nel corso  del tempo», opportunamente differenziandole dagli oneri non ripetibili, in quanto remunerativi di servizi già interamente prestati.

In corrispondenza con le indicazioni della Banca d’Italia, la giurisprudenza arbitrale costante tende ad escludere che, nei casi di estinzione anticipata, le commissioni finanziarie e di intermediazione, non chiaramente individuabili come up front, siano a carico del cliente, e a ritenere, di conseguenza, che tali commissioni debbano essere rimborsate in via proporzionale rispetto alla vita residua del contratto (A.B.F. Napoli, 18.4.2013, n. 2023; A.B.F. Milano, 26.7.2013, n. 4069; A.B.F. Napoli, 14.11.2012, n. 3809; A.B.F. Roma, 9.7.2010, n. 707, tutte infra, sez. III).

Quali sono  i requisiti, affinché una clausola contrattuale avente ad oggetto i costi del credito possa ritenersi,  non rimborsabile ?

La risposta, la si evince dalla decisione  arbitrale  del Collegio romano (sopra citata), secondo cui una commissione o una spesa è qualificabile up front, e pertanto non dovrà essere rimborsata al cliente, quando la prestazione cui si riferisce è individuata in modo chiaro e comprensibile, non essendo sufficiente una elencazione meramente esemplificativa di possibili prestazioni o comportamenti della banca nella fase delle trattative o della formazione del contratto, né la quantificazione cumulativa di un importo dovuto omnicomprensivo (nello stesso senso si era espresso A.B.F. Napoli, 17.12.2012, n. 4304, infra, sez. III).

Secondo l’arbitro romano, infatti, occorre «1) che si tratti di prestazioni o comportamenti adeguatamente documentati, o comunque oggettivamente verificabili; 2) che sia riportato analiticamente l’importo della commissione o della spesa dovuta dal cliente per ciascuna prestazione o ciascun comportamento».

In assenza di un riscontro oggettivo circa la natura up front della commissione, quest’ultima dovrà pertanto essere proporzionalmente rimborsata al cliente.

In altre parole, la violazione del principio di trasparenza di cui all’art. 35, comma 1°, cod. cons., è stata intesa dal Collegio, come presupposto rilevante ai fini dell’applicazione della conseguenza di interpretazione delle clausole nel senso più favorevole al consumatore: regola, questa, che, nel caso specifico, ha indotto il Collegio a qualificare le clausole stesse, nella motivazione della pronuncia in esame, come recurring, sì da riconoscere il relativo rimborso.

La questione trattata, risulta interessante anche ai fini dell’osservanza dei requisiti di forma del contratto, ci si chiede, infatti se, nell’ipotesi di clausola contrattuale non chiara e non conforme a trasparenza, possa ritenersi comunque rispettato l’obbligo delle parti di redazione del contratto per iscritto, ai sensi dell’art. 117 t.u.b., la cui violazione comporta la sanzione della nullità.

Non si può trascurare che le norme in materia di trasparenza bancaria , hanno conservato da sempre un criterio vicino al formalismo negoziale: il citato art. 117 t.u.b., per esempio, richiede l’indicazione quanto più possibile analitica dei termini dell’operazione bancaria-finanziaria, non richiedendo semplicemente un qualsiasi documento scritto; peraltro, il comma 6° della norma in esame pone il divieto di rinvio agli usi, consacrando così l’esigenza che sia fornita una documentazione accessibile e completa delle condizioni del rapporto.

Non deve dunque escludersi, la necessità di un esame preliminare anche in punto di validità della clausola contrattuale , non trasparente sotto il profilo formale, che potrebbe comportare la nullità della stessa per violazione dell’art. 117 t.u.b., con conseguente obbligo  del  finanziatore di restituire integralmente, e non in misura proporzionale, le commissioni oggetto della cennata clausola nulla.

Il rimborso dei premi assicurativi non goduti.

Il diritto  del consumatore a una riduzione totale credito, sancito dal citato art. 125 sexies, comma 1°, t.u.b. coinvolge, per espresso richiamo dell’art. 121, comma 2°, t.u.b., anche i premi assicurativi, i quali rientrano pacificamente nella categoria recurring.

In argomenti si ricorda  l’accordo tra ABI e ANIA del  22.10.2008, denominato Linee guida per le polizze assicurative connesse a mutui e altri contratti di finanziamento, recepito dall’art. 49 del reg. ISVAP 26.5.2010, n. 35, secondo il quale la parte di premio non maturata deve essere restituita in misura proporzionale rispetto al tempo virtualmente mancante alla scadenza naturale del rapporto.

Nel caso oggetto di analisi dell’ABF romano, la banca asseriva che le somme dovevano essere  restituite dalla compagnia assicuratrice che le aveva percepite, e non già dall’intermediario che aveva erogato il finanziamento.

Sta nei fatti che, nel caso di specie (come in realtà succede nella quasi totalità dei casi), la banca aveva aderito ad alcune polizze collettive, mediante le quali proprio la banca stessa risultava parte contraente, per conto della generalità dei propri clienti che vi avrebbero aderito, secondo lo schema tipico di cui all’art. 1891 cod. civ., ovvero della fattispecie dell’assicurazione «per conto»

Per cui  i clienti che hanno aderito a tali polizze collettive, si sono obbligati direttamente con la banca finanziatrice (e non nei confronti dell’assicurazione), la quale ha a sua volta aumentato il corrispettivo del prestito in misura corrispondente al premio stesso.

Correttamente, pertanto, l’organo giudicante ha riconosciuto la legittimazione passiva in capo all’istituto finanziatore.

Inoltre , va ricordato che  tra il contratto assicurativo e il contratto di finanziamento sussiste un collegamento negoziale. I due negozi, in particolare, sono legati tra loro da un rapporto di chiara accessorietà, che condiziona la sussistenza del primo all’esistenza del secondo.

Tuttavia nel caso diverso, i clienti potranno fare richiesta di rimborso direttamente alla compagnia assicurativa.

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autore : Avv. Monica Mandico

 

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Banca di Credito Cooperativo dell’Adriatico Tassi usurai su mutuo, a processi vertici banca.

Secondo la Procura avrebbero applicato a un’imprenditrice teramana un tasso oltre soglia, e quindi usuraio, su un mutuo fondiario. Banca di Credito cooperativo dell’Adriatico : Tassi usurai su mutuo, a processi vertici banca.

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Banca di Credito Cooperativo dell’Adriatico

Banca di Credito Cooperativo dell’Adriatico : Tassi usurai su mutuo, a processi vertici banca.

Un’accusa che, al termine dell’udienza preliminare davanti al gup Roberto Veneziano, ha portato a processo i vertici della Banca di Credito cooperativo dell’Adriatico Antonino Macera, quale presidente del consiglio di amministrazione della Banca di Credito cooperativo dell’adriatico e legale rappresentante della stessa, Gloriano Lanciotti, all’epoca vicepresidente del cda della banca e Tiberio Censoni, direttore generale della banca.

I tre, che devono rispondere di usura nel processo che si aprirà il prossimo maggio, in concorso e in base alle diverse posizioni avrebbero applicato all’imprenditrice, come si legge nel capo di imputazione, “interessi usurari nell’ambito di una complessiva operazione di finanziamento intercorsa tra Banca di credito cooperativo e la cliente”.

Sul tavolo un contratto di mutuo fondiario per una somma di 179.500 euro, “collegato alle operazioni di apertura di credito in prefinanziamento (per un importo complessivo di euro 85.000,00) e libretto di deposito vincolato per sette anni” con l’applicazione di un “tasso effettivo globale (Teg) pari al 9,955 superiore al tasso soglia del periodo di riferimento (secondo trimestre 2014) pari all’ 8,6625″. Accuse che adesso passeranno al vaglio del collegio.

Banca di Credito Cooperativo dell’Adriatico : Tassi usurai su mutuo, a processi vertici banca.

A fare scattare le indagini fu all’epoca la denuncia dell’imprenditrice, rappresentata dall’avvocato Gianni Falconi.

reato di usura art. 644 codice penale :

Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 643, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari [c.c. 1448, 1815], è punito con la reclusione da due a dieci anni e con la multa da euro 5.000 a euro 30.000 (2).

Alla stessa pena soggiace chi, fuori del caso di concorso nel delitto previsto dal primo comma, procura a taluno una somma di denaro od altra utilità facendo dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario [c.p. 649].

La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari. Sono altresì usurari gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria (3).

 

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Tribunale di Udine revoca segnalazione in C.R. Bankitalia

Il Giudice con ordinanza del 18 01 2017 ha ordinato l’immediata revoca della segnalazione a “sofferenza” Tribunale di Udine revoca segnalazione in C.R. Bankitalia

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Tribunale di Udine revoca segnalazione in C.R. Bankitalia

Tribunale di Udine –  il Giudice ha ordinato la immediata revoca della segnalazione a “sofferenza” alla Centrale rischi della Banca d’Italia, a seguito di una citazione urgente ex art. 700 cpc

disciplina della Centrale dei Rischi :

La Centrale dei Rischi, istituita presso la Banca d’Italia, è un sistema informativo “complesso”, predisposto al fine di raccogliere e distribuire informazioni sull’indebitamento e sull’esposizione creditizia della clientela delle banche e degli intermediari finanziari soggetti al controllo della Banca d’Italia.

La Centrale dei Rischi pubblica ha trovato fondamento nell’art. 32, comma 1, lett. h) della “Legge bancaria” del 19361, oggi sostituita dal Testo Unico Bancario (del quale gli artt. 51, 53, 67, 107 e 125 disciplinano la vigilanza – informativa e regolamentare – e le autorizzazioni, disegnando il quadro generale delle centrali dei rischi).

La sua concreta regolamentazione è stata affidata, invece, al Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio (CICR), che con la delibera del 29.03.19942, prima, e dell’11.07.2012, poi, ha disciplinato l’ambito di azione della Centrale pubblica e ridefinito i margini di applicazione dell’obbligo di segnalazione.

La funzione della Centrale dei Rischi è consentire di mettere a disposizione degli operatori finanziariuno strumento “pratico ed efficace” per la gestione del rischio di credito

3.Questa finalità è raggiunta con le comunicazioni – obbligatorie in alcuni casi – dei cambiamenti di stato della situazione debitoria della clientela di un dato operatore finanziario: in particolare, sussiste il primario interesse (bidirezionale) ove si verifichi il passaggio dei crediti a sofferenza e la loro eventuale ristrutturazione, come di seguito meglio definiti.

Gli operatori, dunque, che partecipano al sistema della Centrale, comunicano alla Banca d’Italia informazioni sulla loro clientela e ricevono informazioni sulla posizione debitoria verso il sistema creditizio dei nominativi segnalati e dei soggetti a questi collegati. Al contempo, gli operatori possono a loro volta interrogare la Centrale dei Rischi per chiedere specifiche informazioni su soggetti le cui posizioni dovranno essere valutate per la concessione di credito4.

Le segnalazioni degli operatori finanziari possono concernere diverse tipologie di rischi, suddivisibili in relazione alla qualità dei crediti oggetto di segnalazione.

Tribunale di Udine revoca segnalazione in C.R. Bankitalia

Si può brevemente distinguere tra:

crediti in sofferenza, cioè esposizioni per cassa e fuori bilancio (finanziamenti, titoli, derivati, ecc.) nei confronti di un soggetto in stato d’insolvenza, intesa come situazione di difficoltà economica che rende verosimile, ma non necessariamente attuale, il recupero coattivo del credito5. Il concetto qui richiamato di “insolvenza” è diverso da quello generale, noto nella materia fallimentare: infatti, in quest’ambito si fa riferimento a situazioni anche non accertate giudizialmente sempre che sia accertata l’incapacità reale del cliente/debitore di far fronte con mezzi normali alle suo obbligazioni, tanto da ritenere concretamente a rischio l’effettiva riscossione del credito6. Segnalazioni che non rispecchiano detti requisiti, sono considerate illegittime7. Un concetto affine, ma differente, è quello di “sofferenze rettificate”, con cui si fa riferimento all’esposizione complessiva per cassa di un affidato quando questi viene segnalato alla Centrale dei Rischi in determinate ipotesi8;

– crediti incagliati, con cui si fa riferimento ad esposizioni per cassa e fuori bilancio, in riferimento a clienti che si trovino in temporanea situazione di difficoltà oggettiva, verso la quale sia prevedibile che l’esposizione rientri in un congruo lasso di tempo. In questa categoria rientrano i c.d. “incagli oggettivi”9;

– crediti ristrutturati, ovvero esposizioni per cassa e fuori bilancio per le quali l’operatore o un insieme di operatori (legati da convenzione interbancaria), a causa del deterioramento delle condizioni economico-finanziarie del debitore, acconsente a modificare alcune delle originarie condizioni contrattuali (o tutte) che diano luogo ad una perdita10;

Tribunale di Udine revoca segnalazione in C.R. Bankitalia

esposizioni scadute o sconfinanti (past due loans)11, cioè esposizioni per cassa e fuori bilancio che, diversamente dalla classificazione delle tre precedenti categorie, alla data di riferimento della segnalazione sono scadute o sconfinanti (cioè in superamento di un affidamento o in assenza di un affidamento) da oltre novanta o centottanta giorni (c.d. past due), con l’avvertenza che, qualora ad uno stesso cliente facciano capo più esposizioni scadute o sconfinanti da oltre novanta giorni, si considererà il ritardo più grave, consentendo comunque la compensazione con margini disponibili su altre linee di credito12. Affinché sia legittima la segnalazione, lo scaduto o lo sconfinamento devono avere carattere continuativo.

A fronte di queste tipologie di “rischi”, gli operatori finanziari sono tenuti alle segnalazioni che superino la soglia attualmente fissata in € 30.000 per rischi diretti ed indiretti, oltre che ad esposizioni in derivati13; mentre per i crediti in sofferenza la segnalazione è per qualsiasi importo.

Gli intermediari (latu sensu) sono tenuti a comunicare alla centrale dei rischi informazioni su eventi significativi che riguardano la posizione di rischio della clientela quali il passaggio a sofferenza o la ristrutturazione di una o più linee di credito entro tre giorni dal momento in cui si sono verificati.

Allo stesso modo, l’avvenuta estinzione delle posizioni a sofferenza andrà immediatamente diffusa al sistema, senza alcun indugio. Descritta la disciplina e la struttura della Centrale dei Rischi e delle segnalazioni, sebbene per sommi capi, occorre soffermarsi sul caso delle illegittime segnalazioni alla Centrale dei Rischi da parte degli operatori finanziari, argomento che, per la nota crisi del sistema economico soprattutto nazionale, assume una grande rilevanza.

Infatti, una segnalazione illegittima comporta una serie di conseguenze negative per l’impresa che ne venga attinta: il peggioramento del rating del cliente con tutte le conseguenze economiche a tanto correlate, la sospensione di erogazioni di affidamenti in corso e l’ovvia e necessaria ritrosia da parte degli operatori finanziari a concedere credito al soggetto segnalato.

A tal proposito occorre sottolineare come, anche le più recenti modifiche normative sul sistema della Centrale pubblica, abbiano significato una valorizzazione dell’attività di segnalazione non solo sotto il profilo del rapporto tra cliente e operatore, in relazione alla esigenza precipua di tutelare il segnalato, ma soprattutto alla luce della necessità che la raccolta e la trasmissione dei dati del proprio cliente venga effettuata nel rispetto delle regole che presiedono all’attuazione del rapporto contrattuale, ivi comprese quelle derivanti dal principio di buona fede e correttezza in executivis14.

Sul punto, esiste una consolidata giurisprudenza che ha valorizzato, a più riprese, la posizione del cliente attinto dall’illegittima segnalazione.

Il primo aspetto da sottolineare attiene alla tipologia di responsabilità che grava sull’operatore finanziario che si sia “macchiato” della segnalazione non dovuta; la dottrina e la giurisprudenza hanno ricostruito questo profilo in senso duplice.

Infatti, da un canto, si è affermato che si tratta di responsabilità aquiliana (ex art. 2050 c.c., da fatto illecito), costituendo tale segnalazione un’ipotesi di illegittimo trattamento di dati personali ex artt. 4 lett. a) e 15 d.lgs. n. 196/2003. D’altro canto, la responsabilità è stata ricostruita sotto il profilo contrattuale, in quanto si sostanzia nella violazione dei canoni di diligenza, di correttezza e di buona fede richiesti nello svolgimento di ogni rapporto obbligatorio, nel rispetto delle norme di cui agli art. 1176, 1175, 1374 e 1375 c.c.

Tale duplice forma della responsabilità dell’operatore segnalante, si traduce nella possibilità per il segnalato di cumulare i due profili in ambito processuale15, anche nella stessa azione.

In sede processuale, il cliente ingiustamente segnalato potrà agire sia per ottenere l’immediata cancellazione della segnalazione illegittima, sia per ottenere il ristoro dei danni patiti in ragione della stessa. Con riguardo a quest’ultimo aspetto, occorre osservare che la segnalazione è potenzialmente di notevole gravità per il segnalato, in quanto comporta la possibile esclusione dello stesso dal credito bancario o, comunque, la difficoltà se non l’impossibilità di accedervi.

Il danno così recato va visto sotto due profili: uno di natura strettamente patrimoniale e un altro di natura “morale”. In particolare, sotto quest’ultimo aspetto il danno è stato ritenuto sussistere in re ipsa, in quanto connesso soprattutto alla lesione della reputazione “personale”16 di buon pagatore. Dovrà dunque essere dimostrato che il danno in questione è diretta conseguenza della violazione, sebbene solo sotto il profilo dell’illegittimità della segnalazione e, quindi, dell’inesistenza dei presupposti di diritto e di fatto di quest’ultima.

In merito, la giurisprudenza ha evidenziato che il diritto dell’imprenditore all’immagine, alla reputazione, può legittimamente essere sacrificato solo dinanzi alla preminente realizzazione dell’interesse pubblico, che si concreta con la segnalazione e la conseguente comunicazione dei crediti bancari in sofferenza: detto sacrificio, però, è giustificato e limitato soltanto all’effettiva posizione di sofferenza del credito ed in mancanza di questa giustificazione la segnalazione effettuata è illegittima e lesiva del diritto all’imprenditore all’immagine e alla reputazione17.

Questo tipo di danno viene, peraltro, generalmente determinato in via equitativa.

Il danno correlato all’illegittima segnalazione, poi, ha di certo una consistenza patrimoniale che attiene alla perdita di chance, derivante dall’impossibilità medio tempore di ottenere accesso al credito, anche sotto il profilo delle tempistiche per ottenerlo e delle condizioni e agevolazioni che, con la segnalazione, eventualmente possono venir meno da parte degli operatori finanziari, e gli oneri maggiori sostenuti per il deterioramento del rating del segnalato.

Di tali danni, per vero, deve essere fornita prova precisa e compiuta, fermo restando che la riduzione o l’impossibilità di accedere al sistema bancario può arrivare a causare una lesione del diritto – costituzionalmente garantito all’art. 41 della Costituzione – di iniziativa economica privata, che, come è noto, si alimenta anche per mezzo e per merito del credito bancario.

Alla luce di quanto esposto, si può affermare che il sistema del “controllo del credito” si muove, evidentemente, in due direzioni: da un lato, l’ordinamento tutela il cliente dalle segnalazioni che, per carenza dei presupposti di fatto e di diritto, siano illegittime, riconoscendogli la più ampia tutela risarcitoria; d’altro lato, tale sistema sembra operare nel senso di autotutelarsi, cioè di garantire la piena affidabilità delle indicazioni riportate nella Centrale dei Rischi (ed il discorso è, a buon diritto, estendibile anche alle centrale di rischi “private”), anche per non atrofizzare il sistema del credito che, sotto più profili, ha dimostrato di necessitare – almeno formalmente – dischemi rigidi e affidabili, così da minimizzare interventi che distorcano, anche indirettamente, il mercato.

 Art. 32, comma 1, lett. h), legge n. 375 del 1936: “Le aziende di credito soggette alle disposizioni della presente legge dovranno attenersi alle istruzioni che l’ispettorato comunicherà, conformemente alle deliberazioni del comitato dei ministri, relativamente: (… omissis) h) alle cautele per evitare gli aggravamenti di rischio derivati dal cumulo dei fidi”.

Tribunale di Udine revoca segnalazione in C.R. Bankitalia

Delibera C.I.C.R. del 29.03.1994 (Disciplina della Centrale dei rischi. Coordinamento con le norme del Testo unico delle leggi in materia creditizia e finanziaria):1. Alla Banca d’Italia è affidato il servizio di centralizzazione dei rischi creditizi. Le banche iscritte nell’albo di cui all’art. 13, le società finanziarie di cui all’art. 65, comma 1, lett. a) e b) e gli intermediari finanziari iscritti nell’elenco speciale di cui all’art. 107 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia sono tenuti, a richiesta della Banca d’Italia e con le modalità da questa stabilite, a comunicare periodicamente l’esposizione nei confronti dei propri affidati e i nominativi a questi collegati. La Banca d’Italia individua nell’ambito delle società finanziarie di cui all’art. 65 sopra indicate e dei soggetti iscritti nell’elenco speciale di cui all’art. 107, quelli che, anche in ragione dell’attività svolta, sono tenuti a effettuare la segnalazione alla Centrale dei rischi. 

2. La Banca d’Italia fornisce periodicamente a ogni soggetto tenuto a effettuare le comunicazioni di cui al precedente punto 1 la posizione riepilogativa dei rischi complessivamente censiti al nome di ciascun affidato dallo stesso segnalato e dei nominativi collegati. 

3. Le società e gli enti di cui al punto 1 possono richiedere alla Banca d’Italia che sia loro resa nota la posizione globale di rischio di nominativi censiti diversi da quelli da essi segnalati. Tali richieste possono essere avanzate per finalità connesse all’attività di assunzione del rischio nelle sue diverse configurazioni; a fronte delle stesse deve essere versato alla Banca d’Italia, con le modalità da questa stabilite, un corrispettivo volto a perseguire l’economicità del servizio e la correttezza del suo utilizzo. 

4. I dati personali censiti dalla Centrale dei rischi hanno carattere riservato. La Banca d’Italia e i soggetti di cui al punto 1 possono comunicare ai terzi le informazioni registrate a loro nome, secondo la procedura indicata dalla Centrale dei rischi. 

5.Nell’ambito dei rapporti di collaborazione di cui all’art. 7, comma 7, del testo unico, la Banca d’Italia può portare a conoscenza delle autorità competenti degli altri Stati membri dell’Unione Europea le informazioni concernenti le posizioni globali di rischio dei nominativi censiti dalla Centrale dei rischi, consentendo che le stesse siano utilizzate dalle banche e dagli intermediari finanziari di quegli Stati. 

6. Per l’inosservanza delle disposizioni della presente delibera e di quelle che verranno impartite dalla Banca d’Italia per l’attuazione del servizio si applicano le previsioni di cui agli artt. 144 e 145 del testo unico”.

In questi termini Raffaele Scalcione, La disciplina della centrale dei rischi: normativa di rilevanza sistemica e tutela dei diritti del segnalato anche alla luce delle decisioni dell’Arbitro Bancario e Finanziario, in Ianus Diritto e Finanza n. 8/2013 – Rivista di studi giuridici (www3.unisi.it/ianus).

Tali richieste sono ritenute legittime solo nel caso in cui le finalità concrete siano correlata alla gestione del rischio del credito, senza che sia violata la privacy dei soggetti richiesti.

Cfr. Tribunale di Trani, 27.02.2013.

Cfr. Tribunale di Arezzo, 18.06.2013. L’operatore finanziario, per includere una determinata posizione in questa categoria (ma la valutazione concerne, sotto un profilo di opportunità, tutte le categorie) deve prima ponderare la complessiva situazione finanziaria del cliente. In particolare, il Tribunale di Roma, 2.09.2013 afferma che la segnalazione è “subordinata, infatti, alla presenza del ricordato requisito in capo al debitore: l’insolvenza, intesa come incapacità di far fronte regolarmente alle proprie obbligazioni con il suo patrimonio (art. 5 l. fall.), oppure «situazioni equiparabili», vale a dire quando il debitore si trovi in uno stato oggettivo di difficoltà economico-finanziaria”.

Tribunale di Udine revoca segnalazione in C.R. Bankitalia

In una recente sentenza la Corte di Cassazione ha affermato che: “La segnalazione di una posizione “in sofferenza” presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia, secondo le istruzioni del predetto istituto e le direttive del CICR, richiede una valutazione, da parte dell’intermediario, riferibile alla complessiva situazione finanziaria del cliente, e non può quindi scaturire dal mero ritardo nel pagamento del debito o dal volontario inadempimento, ma deve essere determinata dal riscontro di una situazione patrimoniale deficitaria, caratterizzata da una grave e non transitoria difficoltà economica equiparabile, anche se non coincidente, con la condizione d’insolvenza” (Sent. n. 3165 del 12.02.2014).

Tribunale di Udine revoca segnalazione in C.R. Bankitalia

Appartiene a questa categoria l’affidato che venga segnalato alla Centrale Rischi:

a. in sofferenza dall’unico intermediario che ha erogato il credito,

b. in sofferenza da un intermediario e tra gli sconfinamenti dall’unico altro intermediario esposto,

c. in sofferenza da un intermediario se l’importo della sofferenza è almeno il 70% dell’esposizione complessiva verso il sistema ovvero vi siano sconfinamenti pari o superiori al 10%,

d. in sofferenza presso due intermediari per importi pari o superiori al 10% del credito utilizzato per cassa.

In questa tipologia si fanno rientrare tutte le esposizioni diverse da quelle:

a. classificate a sofferenza;

b. rientranti nei portafogli “amministrazioni centrali e banche centrali”, enti territoriali ed enti del settore pubblico;

c. esposizioni non ipotecarie fondiarie a privati per le quali risultino soddisfatte entrambe le seguenti condizioni: siano scadute e non pagate da oltre 270 giorni e l’importo complessivo delle esposizioni e delle altre quote scadute da meno di 270 giorni verso il medesimo debitore sia almeno pari al 10% dell’intera esposizione verso tale debitore.

Si noti che, alla prima nuova (eventuale) insolvenza che durasse più di 30 giorni (c.d. “periodo di grazia”) la posizione andrà necessariamente e sollecitamente classificata a sofferenza o ad incaglio in relazione al grado di anomalia del debitore.

Tribunale di Udine revoca segnalazione in C.R. Bankitalia

La definizione di questa tipologie di esposizione è contenuta nella Circolare di Banca Italia n. 263 del 27.12.2006.

Cfr. Massimo Lembo, in Le segnalazioni in centrale dei rischi e nella centrale d’allarme interbancaria. Procedure e responsabilità dell’ente segnalante, Treviso, 2012.

L’attuale soglia di segnalazione è molto più bassa rispetto a quella prevista dalla disciplina previgente (di € 75.000,00), e tanto si spiega con l’intenzione di dare maggiore rappresentatività e spessore al database della Centrale pubblica. La modifica è intervenuta con la circolare di Banca Italia n. 11 del 10.11.2008.

Cfr. Claudia Frigeni, Segnalazioni presso le Centrali Rischi creditizie e tutela dell’interessato: profili evolutivi, in Banca Borsa Titoli di Credito, fasc. 4, 2013, pp. 365 e ss.

Meriterebbe idoneo approfondimento l’ambito processuale della questione che qui ci interessa, posto che è stato oggetto di rilevanti e contrastanti approcci giurisprudenziali.

Infatti, in alcune ipotesi il giudice ha ritenuto inammissibili i ricorsi prodotti ex art. 700 c.p.c., istaurati al fine di ottenere la più rapida decisione volta alla concessione del provvedimento di cancellazione immediata della segnalazione illegittima, sposando la tesi secondo la quale lo strumento corretto da applicare fosse quello di cui all’art. 10, comma 4, d.lgs. 150/2011.

Si osserva inoltre come la giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione abbia, di recente, messo in luce che il rimedio previsto dal codice civile fosse ben più rispondente alle esigenze di tutela del soggetto segnalato e, comunque, come quello previsto dal codice della Privacy fosse, sia sotto il profilo formale che sostanziale, limitato ad un solo aspetto della questione.

Pacificamente riconosciuta anche alle persone giuridiche.

Si veda., ex multis, Trib. Modena, 20.03.2012; Trib. Brindisi, 2.03.2011; Trib. Genova, 22.02.2011; App. Napoli, 12.11.2009; Trib. Bari, 24.01.2008; Trib. S. Maria Capua Vetere, 22.03.2007.

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«Ci strozza»: banca in tribunale per i mutui beffa con derivati.

Una recente pronuncia giudiziaria segna un primo punto a favore (il giudice ha ordinato di risarcire una delle vittime), ma la bomba resta innescata. «Ci strozza»: banca in tribunale per i mutui beffa con derivati.

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«Ci strozza»: banca in tribunale per i mutui beffa con derivati.

 

«Ci strozza»: banca in tribunale per i mutui beffa con derivati.

TREVISO – Una recente pronuncia giudiziaria segna un primo punto a favore (il giudice ha ordinato di risarcire una delle vittime), ma la bomba resta innescata.

E l’esplosione rischia di coinvolgere un gran numero di famiglie anche nella Marca: sarebbero almeno un migliaio i trevigiani che negli anni scorsi hanno sottoscritto con la banca inglese Barclays un mutuo indicizzato al franco svizzero…

E che ora si ritrovano a fare i conti con rate sempre più pesanti e un capitale da restituire che, paradossalmente, anche dopo anni di versamenti continua a superare di gran lunga l’importo iniziale ricevuto in prestito.

A rilanciare l’allarme è l’associazione Tuconfin, costituita proprio da risparmiatori incappati in questo prodotto finanziario: «Quello che è stato proposto come un comune mutuo casa, in realtà nasconde un derivato, ma nessuno l’ha spiegato».

 

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fonte : ilgazzettino.it

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Ecco come Mps truffava i suoi clienti..Altra vergogna: al posto dei Btp….

Un quarto della pista circolare ed introflessa – metafora stessa della città – della senese piazza del Campo è abbracciata da Palazzo Sansedoni sede della Fondazione, anzi dell’«Affondazione» del Monte dei Paschi di Siena: «Lo vede? Oramai vale più il palazzo che il patrimonio della banca, lo 0,10% di 430  milioni…».  Altra vergogna: al posto dei Btp… Ecco come Mps truffava i suoi clienti

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Ecco come Mps truffava i suoi clienti..Altra vergogna: al posto dei Btp

Ecco come Mps truffava i suoi clienti… Altra vergogna: al posto dei Btp…

Lo sussurra Maurizio Montigiani, quadro direttivo di Mps, consigliere comunale leghista, che qui sfiata la rabbia, sconsolato. Montigiani fu
il primo a denunciare con esposti anonimi le vicende delittuose di Mps; ora galleggia nella sua allegra, oramai decennale, condizione di
mobbizzato: «Se fosse stata firmata, dall’inizio, la polizza per l’infedeltà contro i dirigenti ci sarebbe stato un risarcimento di
almeno 25 milioni…».

Ma non è mai successo. Ora Montigiani è, con i tenaci reduci morali delle associazioni Pietraserena e Buongoverno, tra coloro i quali, oltre all’odio per i «classici» Mussari e Vigni, sorride all’idea che anche gli ultimi presunti salvatori della banca, l’amministratore delegato Fabrizio Viola e il presidente Alessandro Profumo – ora entrambi «ex» – possano essere oggetto di una causa per risarcimento danni presso il Tribunale delle Imprese di Firenze. La causa, per capirci, sarebbe simile a quella per danni già intentata dalla Coop Centro Italia, società di servizi, per 260 milioni a Consob.
Un serio precedente.

Pare pronto a buttarsi su Viola e Profumo, infatti, il sempiterno Paolo Emilio Falaschi, legale di un centinaio di clienti del Monte, già
protagonista della riapertura del fascicolo contro Bankitalia e Consob presso la Procura di Roma. Viola e Profumo, i dioscuri mandati dagli
dei, i Tex Willer e Kit Carson dell’arida prateria del Monte dei Paschi,hanno infatti galoppato per molti mesi verso un progetto di salvezza
della banca che non c’è mai stato. Anzi.

LE RESPONSABILITÀ
Ora
cominciano ad emergere anche le loro responsabilità. La prima è inerente al debito di 600 milioni contratto, con la Banca del Monte,
dalla Sorgenia di Carlo De Benedetti. L’avvocato Falaschi, piccolo azionista, si espose, sul tema, in assemblea generale. «Alla mia
richiesta di riavere indietro i soldi o far fallire De Benedetti, Profumo mi rispose: faremo tutto il possibile e l’impossibile per farci
restituire quei 600 milioni. Noi abbiamo salvato una banca lei non avrebbe salvato neanche il suo portamonete…».

Stai sereno, renzianamente parlando. Però, dopo, non solo Viola e Profumo non fecero istanza di fallimento a Sorgenia; ma risolsero il problema incorporandolo in uno più grande, fecero l’esatto opposto: comprarono azioni Sorgenia per 200 milioni e ristrutturarono il debito dei rimanenti 400, spostando a molto lontano i termini di scadenza: «l’ingegner De Benedetti, ad occhio, quel debito non lo pagherà mai»
dice Falaschi.

L’altra grave pecca gestionale della coppia furono i derivati. I derivati nella loro accezione più nefasta, ovviamente:
strumenti usati soprattutto per la copertura di un rischio finanziario oper la speculazione.

Ecco, Mps aveva avuto in eredità – siamo nel 2013 – 5 miliardi di euro di derivati, non una pinzillacchera. Pare che quei derivati
riposassero, da anni, nell’ufficio dell’ex direttore generale Antonio Vigni, all’interno di una leggendaria, enorme cassaforte di ferro
brunito con decine di bulloni tondi d’ottone lucidati come la coscienza di un seminarista.

Una cassaforte tipo quelle di Diabolik, che non si rompe neppure con la dinamite. Impossibile non notarla. Eppure Viola, entrato al Monte nel gennaio 2013 l’avrebbe aperta soltanto nell’ottobre 2013. Fosse stata schiusa prima ai guai fiananziari del Monte, forse il caso derivati avrebbe assunto una piega diversa.

Viola e Profumo, curiosamente, contabilizzarono a patrimonio quei 5 miliardi (se ne parlerà il 21 febbraio, al prossimo processo per falso
in bilancio, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza, 2.600 parti civili, per l’affaire Nomura e Deutsche Bank, Alxandria e Santorini
eccetera. Sarà una grande festa di piazza, a Milano…) come fossero titoli di Stato.

Titoli, però, che la banca, non aveva acquistato e
neppure pagato. E senza i derivati contabilizzati a patrimonio la banca avrebbe dovuto chiudere gli sportelli, dato che «togliendo i suddetti 5
miliardi, il var e i profili di rischio Mps sarebbero aumentati del 200%» continua sempre Falaschi. Epperò, con quei dineri un po’ farlocchi
si fece l’aumento di capitale di 8 miliardi del 2014-2015 «che sapevano non sarebbe servito a nulla».

NOTE PROFORMA
Viola e Profumo seguirono, in pratica, «la stessa procedura per la quale Mussari e Vigna furono già condannati in primo grado a Siena». Ma Viola e Profumo, per cautelarsi in qualche modo, s’inventarono le “note proforma”, ossia dichiarazioni in piccolo, molto, moltissimo, a margine dei documenti ufficiali che non sono consegnate né al Collegio Sindacale né alle società di revisione del bilancio né tantomeno agli investitori specie ai più piccoli. Sono oggetti misteriosi avulsi dal bilancio civilistico, senza valore giuridico. Ma in quelle note proforma s’insinua il dubbio che «se questi soldi, per caso, fossero derivati, il patrimonio del Monte non sarebbe più di 9, ma di 4 miliardi, robe così…», recita sempre Falaschi.

Si istruì un processo a Milano, sede di competenza dei reati inerenti il bilancio; ma in un primo momento la Procura dopo una lettera del
legale di Mps, l’avvocato Quagliana – che attestava che anche fossero quelli stati derivati, i profili di rischio dei clienti non sarebbero
stati alterati, e quindi addio ipotesi di falso in bilancio – chiese l’archiviazione. Falaschi e un centinaio di “amici” senesi presentano
opposizione, e il Gip milanese Cristofano, un ex Gup avvezzo alle cose Senesi, ha fissato l’udienza per discuterne il 15 marzo 2017.

La notizia ora è che si profila una piccola guerra in Procura a Milano, la più competente d’Italia in materia finanziaria. Il caso,
materia incandescente, è gestito dal Procuratore capo Francesco Greco. Però il procuratore aggiunto a Milano, l’autorevole Felice Isnardi, ha deciso di svolgere «ulteriori accertamenti istruttori» sulla posizione di Monte dei Paschi indagata, appunto per la violazione della legge 231 del 2001, nell’inchiesta che ipotizzava i reati di falso in bilancio e manipolazione del mercato a carico di Viola, Profumo e di altri nove
personaggi, per i quali nel settembre scorso la stessa Procura aveva chiesto l’archiviazione. Isnardi, ora potrebbe chiedere una consulenza
di parte e costituirsi, ad adiuvandum. E sarebbero cavoli.

IL CASO ROSSI
In più, per la coppia Viola-Profumo, ora divenuti rispettivamente presidente della Popolare di Vicenza e di Equita Sim – in una duplice, acrobatica e tradizionale caduta in piedi – arriveranno a breve altre seccature giudiziarie. Per Viola si tratta di un interrogatorio – per ora come testimone – il prossimo 22 febbraio, a Siena, nel processo sulla vicenda della corrispondenza di email non resa pubblica col sottoposto Davide Rossi (compresa la mail in cui Rossi, il direttore della comunicazione di Mps parrebbe annunciare il proprio suicidio…).

Trattasi del processo in
cui sono coinvolte la vedova di Rossi e il cronista del Fatto Quotidiano Davide Vecchi. Per Profumo, probabilmente, il coinvolgimento, – si
suppone gravido di responsbilità civili e giuslavoriste – sarebbe nel processo con i dipendenti Fruendo, la società che attraverso cessioni di
rami d’azienda col gruppo Bassilicchi (che per Mps si occupa, dall’esterno della conservazione delle fidejussioni, un mestiere
curioso), per una faccenda di licenziamenti. A prima vista solo una seccatura, certo.

Che però non rende affatto luminosa l’ormai passata attività della coppia «alla JP Morgan», inteso come il banchiere salvabanche d’inizio 900, non la banca d’affari, ovvio. Coppia che, diciamoci la verità: ha messo poco mano agli Npl, alla pulizia interna, all’incredibile fauna priva di titoli accademici nel vari cda delle controllate del Monte (Antonio Degortes, figlio del fantino Aceto e gestore di discoteche, per dire), alla riscossione dei crediti illustri. Mps, con loro, è rimasta, seppur attenuata, quel «groviglio armonioso» di poteri che ha intrappolato quella che fu la terza banca d’Italia.

PIANO INDUSTRIALE
Commenta Pierluigi Piccini ex sindaco di Siena: «Viola e Profumo hanno praticamente fatto le stesse cose dei loro predecessori. Quando compri una banca, il socio di riferimento, di solito, azzera tutto, fa la due diligence preventivae ci mette sue persone di fiducia, come si fa in America. Ora così dovrebbe fare il governo, entrare nel dettaglio perché si risponde a tutti gli italiani. E ci vorrebbe un piano industriale. Morelli nel fare l’aumento di capitale, ha fallito, e ciononostante è rimasto, è stato premiato».Oddio.

Considerati i precedenti dei nostri Tex Willer e Kit Carson, mica è ancora detto…

di Francesco Specchia

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IN VIGORE IL SEQUESTRO CONSERVATIVO EUROPEO DI CONTI CORRENTI BANCARI

Regno Unito e Danimarca, invece, non hanno partecipato all’adozione del Regolamento. Nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea dello scorso 19 ottobre, è stato pubblicato il Regolamento di esecuzione. IN VIGORE IL SEQUESTRO CONSERVATIVO EUROPEO DI CONTI CORRENTI BANCARI

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IN VIGORE IL SEQUESTRO CONSERVATIVO EUROPEO DI CONTI CORRENTI BANCARI

 

IN VIGORE IL SEQUESTRO CONSERVATIVO EUROPEO DI CONTI CORRENTI BANCARI

Nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea dello scorso 19 ottobre, è stato pubblicato il Regolamento di esecuzione in commento, che istituisce i moduli di cui al Regolamento (UE) n. 655/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce una procedura per l’ordinanza europea di sequestro conservativo su conti bancari al fine di facilitare il recupero transfrontaliero dei crediti in materia civile e commerciale e da ieri divenuta operativa

L’emanazione del Regolamento in commento si è resa necessaria in quanto, al fine di garantire la corretta applicazione del Regolamento (UE) n. 655/2014, era opportuno elaborare moduli standard.

A norma dell’articolo 3 del protocollo n. 21 sulla posizione del Regno Unito e dell’Irlandarispetto allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, allegato al trattato sull’Unione europea e al trattato sul funzionamento dell’Unione europea, l’Irlanda ha partecipato all’adozione del Regolamento (UE) n. 655/2014. L’Irlanda ha partecipato, pertanto, all’adozione del Regolamento in commento.

A norma degli articoli 1 e 2 del protocollo n. 21 sulla posizione del Regno Unito e dell’Irlanda rispetto allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, allegato al trattato sull’Unione europea e al trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e fatto salvo l’articolo 4 di tale protocollo, il Regno Unito, invece, non ha partecipato all’adozione del Regolamento (UE) n. 655/2014 e, pertanto, non ha partecipato neanche all’adozione del Regolamento in commento.

IN VIGORE IL SEQUESTRO CONSERVATIVO EUROPEO DI CONTI CORRENTI BANCARI

A norma degli articoli 1 e 2 del protocollo n. 22 sulla posizione della Danimarca, allegato al trattato sull’Unione europea e al trattato sul funzionamento dell’Unione europea, la Danimarca non ha partecipato all’adozione del Regolamento (UE) n. 655/2014 e, pertanto, non ha partecipato neanche all’adozione del Regolamento in commento.

Le misure di cui al Regolamento in commento sono conformi al parere del comitato “Ordinanza europea di sequestro conservativo su conti bancari” istituito ai sensi del Regolamento (UE) n. 655/2014

fonte : G.U. Unione Europea  – Testo :  Avv. Andrea Sganzerla

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La ricognizione di debito non può costituire la base di calcolo del credito della banca in caso di invalidità di una clausola contrattuale

Nel caso di specie, la Corte d’Appello di Catanzaro aveva dichiarato l’invalidità ex art. 1283 c.c. della clausola di capitalizzazione La ricognizione di debito non può costituire la base di calcolo del credito della banca in caso di invalidità di una clausola contrattuale

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La ricognizione di debito non può costituire la base di calcolo del credito della banca in caso di invalidità di una clausola contrattuale

 

La ricognizione di debito non può costituire la base di calcolo del credito della banca in caso di invalidità di una clausola contrattuale

Nel caso di specie, la Corte d’Appello di Catanzaro aveva dichiarato l’invalidità ex art. 1283 c.c. della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi relativi ad un rapporto di apertura di credito in conto corrente, e non aveva ritenuto assolto l’onere probatorio della banca che non aveva prodotto tutti gli estratti conto relativi a tale rapporto, nonostante la ricognizione di debito contenuta in un contratto di estensione della fideiussione che a tale rapporto accedeva.

La Suprema Corte ha confermato la decisione dei Giudici di merito, affermando che, infatti, la ricognizione di debito contenuta nel contratto di estensione della fideiussione ha la sola funzione di invertire l’onere della prova, ex art. 1988 c.c., e non può sanare l’invalidità di una clausola contrattuale, in conformità peraltro al principio espresso dalla stessa sezione con sentenza n. 19792 del 2014.

Il riconoscimento di debito derivante dalla estensione della fideiussione non può quindi costituire la base per il calcolo dell’importo dovuto relativamente al capitale, posto che l’importo indicato nella fattispecie non consentiva di determinare l’ammontare progressivo degli interessi.

Non avendo la banca prodotto tutti gli estratti conto relativi al rapporto, era impossibile calcolare il l’ammontare dell’importo degli interessi trimestralmente capitalizzati, e dunque l’eventuale saldo passivo relativo al capitale.

La banca, in conclusione, non aveva assolto all’onere probatorio del proprio credito, ciò che ne ha determinato la soccombenza.

fonte : db

www.usurainbanca.it

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