Anatocismo, Usura Bancaria, Analisi econometriche

La missione a Nordest ha già “bruciato” 850 milioni di Atlante Lo dice Deloitte.

Lo dice Deloitte. Il fondo contesta le stime e non svaluta le quote nei due istituti. La missione a Nordest ha già “bruciato” 850 milioni di Atlante La missione a Nordest ha già “bruciato” 850 milioni di Atlante Lo dice…

Tango bond, Intesa Sanpaolo condannata in appello

“La banca sapeva che erano titoli rischiosi”.  Tango bond, Intesa Sanpaolo condannata in appello a risarcire cliente.

Tango bond, Intesa Sanpaolo condannata in appello

Tango bond, Intesa Sanpaolo condannata in appello

Tango bond, Intesa Sanpaolo condannata in appello

Secondo i giudici della Corte d’Appello di Palermo “la banca aveva a sua disposizione elementi sufficienti di giudizio per orientare il cliente e, per l’attività svolta, era certamente consapevole che i bond argentini non erano equiparabili ai comuni titoli di Stato”

La vicenda dei Tango bond, le obbligazioni argentine andate in default nel 2011, si è chiusa lo scorso anno con un’offerta di rimborso da parte del nuovo governo di Mauricio Macri ai risparmiatori italiani che li avevano ancora in portafoglio. Ma in Italia sono ancora in corso battaglie legali tra investitori e banche che hanno venduto loro quei titoli ad alto rischio. E l’ultima sentenza, emessa dalla Corte d’Appello di Palermo, dà ragione al cliente: Intesa Sanpaolo dovrà restituirgli 75mila euro, oltre agli interessi, e pagare le spese legali.

Secondo il collegio dei giudici, scrive Repubblica Palermo, “la banca aveva a sua disposizione elementi sufficienti di giudizio per orientare il cliente e, per l’attività svolta, era certamente consapevole che i bond argentini non erano equiparabili ai comuni titoli di Stato“. Bensì, appunto, un investimento potenzialmente ad elevato rendimento, ma che non offriva certezze sulla possibilità di recuperare il capitale investito.

In primo grado, il tribunale aveva escluso responsabilità dell’istituto, mentre il secondo grado ha tenuto conto del fatto che nella nota Consob dell’agosto 2000 integrativa del prospetto delle obbligazioni della Repubblica Argentina emesse il 21/10/1999 si indicava espressamente come si trattasse di obbligazioni “adatte unicamente ad investitori speculativi ed in condizioni di valutare e sostenere rischi speciali”.

Tango bond, Intesa Sanpaolo condannata in appello

fonte : ilfattoquotidiano

autore : di | 1 febbraio 2017

 

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Denuncia usurai, ma fallisce in mano alla banca «Le mie pratiche ferme mentre andavo in rovina»

Giuseppe Schirru nel 2003 è stato vittima degli strozzini. Dopo essersi rivolto, poi, a un istituto di credito nel tentativo di salvare la propria azienda, anche in questo caso riceve un prestito a tassi riconosciuti come illegali dalla Procura, entrando di diritto tra i beneficiari del finanziamento del Fondo di solidarietà. I soldi però non arriveranno mai. Denuncia usurai, ma fallisce in mano alla banca «Le mie pratiche ferme mentre andavo in rovina»

Denuncia usurai, ma fallisce in mano alla banca «Le mie pratiche ferme mentre andavo in rovina»

Denuncia usurai, ma fallisce in mano alla banca
«Le mie pratiche ferme mentre andavo in rovina»

Denuncia usurai, ma fallisce in mano alla banca
«Le mie pratiche ferme mentre andavo in rovina»

autore : SILVIA BUFFA

«Mentre le mie pratiche restavano per mesi ferme a Roma, io nel frattempo sono fallito». Parla così Giuseppe Schirru, l’imprenditore palermitano riconosciuto vittima di usura che però non ha mai ricevuto il finanziamento del Fondo di solidarietà che gli spettava.

Ritardi nella pratica che lo portano dritto dritto al fallimento della sua azienda, la Emyr Sanitaria di Termini Imerese. E puntuale, ecco il conto del fisco. «Dopo 27anni di attività sono iniziati i problemi – racconta Schirru a MeridioNews – nel momento in cui subentra nella vicenda la Monte dei Paschi di Siena».

La banca entra a gamba tesa nella storia dell’imprenditore quando questo denuncia infiltrazioni mafiose e tangenti. Siamo a cavallo fra il 2003 e il 2004 e la banca non prende bene il gesto di protesta orchestrato dall’imprenditore: «Avevo realizzato una sorta di bando attraverso il quale volevo donare un rene in cambio di un prestito di 100mila euro, questa cosa ebbe molto risalto».

«I problemi quindi me li ha creati la Monte dei Paschi, è sua la colpa di tutto – continua – Ha applicato dei tassi usurai, di cui ci si è accorti solo all’ultimo».

Denuncia usurai, ma fallisce in mano alla banca «Le mie pratiche ferme mentre andavo in rovina»

A capire cosa sta succedendo sono due magistrati, Bernardo Petralia e Gaspare Spedale. «Io ad aprile 2015 ho fatto una denuncia alla guardia di finanza – riprende – È da qui che poi i pm hanno predisposto una perizia tecnica: a volte le indagini penali sono molto più veloci di quelle civili».

Sulla scorta di quanto emerge dagli accertamenti dei due magistrati, all’imprenditore viene data una sospensione dei termini, che prevede appunto il blocco di tutti i debiti.

È ottobre dello stesso anno quando ottiene i benefici di tutela per le vittime di usura. Ma è qui che la storia, anziché risolversi, si ingarbuglia ancora di più. Perché i soldi del Fondo non arriveranno mai.

«Non è normale che i tempi siano così lunghi – dice – ma anche se fossero stati più veloci, comunque non avrebbero potuto predisporli prima, perché vengono deliberati dal Commissario straordinario antiracket a chiusura a Roma».

Fino a luglio l’incarico è ricoperto dal prefetto Santi Giuffrè, da quel momento in poi il posto resta vacante fino al 23 dicembre, quando viene eletto l’ex prefetto Domenico Cuttaia.

«Tutto fermo, mentre io mi avviavo al fallimento. E siccome questi fondi sarebbero utilizzati dal curatore fallimentare non so se li accetterò, perché non ho fatto nulla – spiega – non ho commesso nessun reato, pertanto a essere trattato come un carcerato onestamente preferisco fare il fallito a tutti gli effetti anziché vedermi gestito un prestito da altri».

Schirru deposita il provvedimento di sospensione presso tutte le cancellerie, compresa quella dell’Agenzia delle entrate, per bloccare pignoramenti e ipoteche sulla casa.

«Hanno accettato questo provvedimento sospendendo tutte le procedure esecutive, che per legge dovrebbero restare sospese per tre anni. A eccezione dell’Agenzia delle entrate».

Dalla direzione provinciale dell’ente, infatti, avvisati tempestivamente dal tribunale di Termini Imerese del fallimento della Emyr Sanitaria, parte la revoca della proroga dei termini.

Già all’indomani della comunicazione, quindi, riprendono le attività esecutive: «Anche l’Agenzia delle entrate al momento sta evadendo la legge, non sta seguendo quello che è un protocollo – afferma – Doveva invece essere il curatore fallimentare poi a mettersi in contatto e a chiedere cosa fare.

Denuncia usurai, ma fallisce in mano alla banca «Le mie pratiche ferme mentre andavo in rovina»

Praticamente, l’Agenziadelle entrate si è comportata peggio di qualsiasi altro strozzino». E ancora: «È come se revocando il provvedimento di sospensione avessero fatto in modo che all’Agenzia ritornassero al cento per cento tutte le attività esecutive, per poter aderire al fallimento pugnalandomi di più rispetto ad altri.

Avrebbero dovuto restare fermi, invece hanno voluto di fatto sovvertire la legge». Schirru però, assistito dall’avvocata Marzia Barone dello studio Palermo Legal, non perde le speranze.

«Io posso fare solo l’appello al fallimento – conclude – La Emyr Sanitaria intanto non esiste più, perché è stata dichiarata fallita, però si può ancora sperare che la Corte di appello mi dia ragione».

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fonte : palermomedionews.it

 

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Banche e golpe giudiziario: il parere dell’avvocato Luigi Iosa

Contrasto insorto tra  la cassazione penale e la cassazione civile in materia di computo delle commissioni di massimo scoperto (csm) nel calcolo del tasso effettivo globale (Teg) fino al 31.12.2009. il “revirement” della cassazione penale sul dolo nell’usura bancaria – a cura dell’avvocato Luigi Iosa.  Banche e golpe giudiziario: il parere dell’avvocato Luigi Iosa

Banche e golpe giudiziario

Banche e golpe giudiziario

Banche e golpe giudiziario: il parere dell’avvocato Luigi Iosa

Con l’entrata in vigore, in data 03.04.1997, della legge 07.03.1996, n. 108, il legislatore ha attuato una riforma integrale del reato di usura criminale e bancaria, disciplinato dall’art. 644 del codice penale.

Difatti, si è abbandonato quasi  del tutto il vecchio schema dell’usura soggettiva, basata sull’approfittamento dello stato di bisogno della vittima per passare ad uno schema di usura oggettiva, basata principalmente sul superamento di un tasso massimo di costo del denaro prestato.

Senza scendere nei particolari della novella legislativa, va chiarito che il legislatore ha previsto nel nuovo art. 644 c.p., esattamente al 3° comma, che la legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari.

Tale limite legale oltre il quale gli interessi devono considerarsi fuorilegge, secondo l’art. 2 della legge n. 108/96, deve essere determinato ad oggi dalla Banca d’Italia nell’interesse del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), prima Ministero del Tesoro, secondo quanto stabilito dall’art. 2 bis della legge 28.01.2009, n. 2 che ha convertito in legge, con modificazioni, il D.L. n. 185/2008, noto come “il pacchetto misure anticrisi o Tremonti”.

In parole semplici, il legislatore ha creato con l’art. 644 c.p. una norma penale parzialmente in bianco, dove il precetto è in parte indeterminato e la sanzione è determinata. La norma penale in bianco, come è noto, si differenzia dalla norma di legge che ha, a sua volta, il precetto e la sanzione determinati.

Di talché, nella norma penale in bianco, il precetto penale in genere deve essere integrato da fonti regolamentari, dette anche fonti secondarie. Solo in questo caso il precetto penale, indicato nel 3° comma dell’art. 644 c.p., diventerà determinato.

Pertanto, il legislatore italiano ha voluto dare mandato alla Banca d’Italia e al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) per completare il precetto penale e cioè ha voluto affidare ai due organi amministrativi il compito di individuare il limite legale oltre il quale gli interessi sono da considerarsi sempre usurari.

Ma vi è di più: lo stesso legislatore, onde evitare un deficit di tipicità e un’insufficiente determinatezza del precetto penale, ha espressamente indicato ai due organi amministrativi i parametri oggettivi per misurare il costo effettivo del credito. Infatti, l’art. 644, 4° comma, c.p. stabilisce che per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito.

In altri termini, la Banca d’Italia e il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), al fine di misurare il tasso effettivo di interesse applicato dagli intermediari bancari e finanziari per ogni singolo finanziamento, devono tenere conto di tutti gli oneri che un utente sopporti in connessione con il suo uso del credito.

Il nostro legislatore ha indicato, altresì, al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e alla Banca d’Italia, che svolge anche funzione di vigilanza sul sistema bancario e finanziario, l’iter procedimentale da seguire per determinare il tasso massimo di interesse ossia il c.d. tasso soglia o tasso di usura.

Banche e golpe giudiziario: il parere dell’avvocato Luigi Iosa

Nello specifico, il 1° comma dell’art. 2 della legge 07.03.1996, n. 108, impone ai due autorevoli organi amministrativi il compito di rilevare trimestralmente il tasso effettivo globale medio (TEGM), comprensivo di commissioni, di remunerazione a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse, riferito ad anno, degli interessi praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari autorizzati, nonché impone agli stessi che i valori medi derivanti da tale rilevazione siano pubblicati senza ritardo nella Gazzetta Ufficiale. Il TEGM è l’indicatore fisiologico medio del mercato.

Inoltre, il 4° comma dell’art. 2 della legge 07.03.1996, n. 108, modificato dalla Legge 12.07.2011, n. 106, che ha convertito in legge, con modificazioni, il D.L. n. 70/2011, noto come “il Decreto Sviluppo”, detta le regole per individuare il tasso soglia, precisando ai due organi amministrativi in questione quanto segue: “Il limite previsto dal terzo comma dell’articolo 644 del codice penale, oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, è stabilito nel tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella gazzetta ufficiale ai sensi del comma 1 relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato di un quarto, cui si aggiunge un margine di ulteriori quattro punti percentuali. la differenza tra il limite e il tasso medio non può essere superiore a otto punti percentuali”.

Ciò premesso, è il caso di capire se in concreto i due organi amministrativi sopra indicati abbiano tradotto il dato normativo, previsto dall’art. 644 c.p. e dall’art. 2 della legge 07.03.1996, n. 108, in formule matematiche esatte. La risposta, senza scomodare i principi cardine della Tecnica Bancaria o della Matematica Finanziaria, è oggettivamente negativa.

La Banca d’Italia avrebbe dovuto utilizzare gli algoritmi giusti e avrebbe dovuto garantire, attraverso corrette indicazioni, le vere modalità di misurazione del costo del credito in tema di rilevazione del tasso soglia ai sensi della legge antiusura.

Invece, i due organi amministrativi hanno palesemente disatteso sia i parametri oggettivi, contenuti nel 4° comma dell’art. 644 c.p., che l’iter procedimentale, indicato nell’art. 2 della legge 07.03.1996, n. 108, per rilevare il tasso effettivo globale medio (TEGM) e il tasso soglia usura (TSU). In particolare, la Banca d’Italia – negli anni – ha diramato indicazioni errate, trasmigrate in Istruzioni e Circolari.

Il Ministero del Tesoro, ora Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), a sua volta, ha fatto erroneamente veicolare dette Istruzioni della Banca d’Italia in Decreti Ministeriali.

Le Istruzioni applicative della Legge antiusura, emanate dalla Banca d’Italia, infatti, non includevano principalmente nel calcolo del tasso effettivo globale (TEG), che è il prezzo del singolo finanziamento, le commissioni di massimo scoperto (CSM), ora commissioni di istruttoria veloce (CIV) o commissioni disponibilità fondi, e la capitalizzazione infrannuale degli interessi. Inoltre, la Banca d’Italia, nelle sue indicazioni, escludeva il computo degli interessi su base annua e praticava un raffronto con il credito accordato anziché con quello erogato.

Questa attività di legislatore secondario affidata alla Banca d’Italia dal legislatore primario ha di fatto arrecato gravissimi danni agli utilizzatori del credito, in quanto, rebus sic stantibus, il tasso soglia difficilmente – dall’entrata in vigore della legge antiusura (1997) – è stato superato dal tasso effettivo globale (TEG), irresponsabilmente orfano dell’incidenza delle commissioni di massimo scoperto (CMS) e della capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori; che le Istruzioni della Banca d’Italia fossero errate se ne erano accorti prima gli analisti indipendenti, poi la giurisprudenza di merito, nel 2009 anche il legislatore con la sopra citata legge n. 2/2009, sicuramente di interpretazione autentica, e successivamente nel 2010 la stessa giurisprudenza di legittimità.

Si ricordano, in particolare, le sentenze storiche (la numero 12028/2010, la numero 28743/2010 e la numero 46669/2011 della II Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione) che hanno censurato definitivamente l’operato scorretto della Banca d’Italia fino al 2009 e che hanno decretato l’illegittimità delle direttive integratrici del precetto penale promananti dall’ Authority competente ad emanarle.

Banche e golpe giudiziario: il parere dell’avvocato Luigi Iosa

Le tre indicate sentenze hanno enunciato il seguente principio di diritto: nel calcolo del tasso usurario devono computarsi gli interessi anatocistici e le commissioni di massimo scoperto (CMS), i primi perché l’illiceità della pratica della capitalizzazione  degli interessi a debito del correntista ne determina la qualificazione in termini di remunerazione ulteriore che si aggiunge agli interessi semplici e la seconda perché il carattere generale e indifferenziato della disposizione di cui all’art. 644, 4° comma, c.p., non consente di individuare eccezioni alla regola dell’inclusione, nel calcolo del tasso usurario, di tutti i compensi collegati all’erogazione del credito, uno dei quali è costituito, appunto, dalla commissione di massimo scoperto.

Banche e golpe giudiziario: il parere dell’avvocato Luigi Iosa

In contrario non giova addurre che le Istruzioni della Banca d’Italia non prevedevano, nei periodi in cui si riferiscono le contestazioni, che il tasso usurario fosse determinato includendo nella formula del relativo calcolo anche l’anatocismo e le commissioni di massimo scoperto (CMS), trattandosi di disposizioni di natura regolamentare che giammai possono derogare una norma di rango superiore qual è l’art. 644, 4° comma, c.p., ovvero il divieto di anatocismo stabilito dall’art. 1283 del codice civile.

Per concludere il discorso circa l’illegittimità delle Istruzioni impartite nel tempo dalla Banca d’Italia, va ricordato che lo stesso Organo di Vigilanza nel 2012 ha smentito se stesso, poiché ha deciso di rivedere la metodologia di calcolo e ha proposto di rendere obbligatorio il calcolo su base annua, e quindi di moltiplicare per quattro l’onere trimestrale di tutti gli oneri da includere nel tasso effettivo globale (TEG), compresa la commissione di istruttoria veloce (CIV).

Tale ravvedimento, dunque, non può che essere interpretato quale implicita affermazione di un errore compiuto in precedenza proprio nella rilevazione del costo del credito.

Banche e golpe giudiziario: il parere dell’avvocato Luigi Iosa

Tuttavia, con una recente sentenza n. 22270 del 03.11.2016, la I Sezione Civile della Corte Suprema di Cassazione è tornata sul tema della rilevanza da attribuire alle commissioni di massimo scoperto (CMS), addebitate dagli istituti di credito nell’ambito dei rapporti di conto corrente, ai fini della verifica – ex legge n. 108/1996 – del TEG praticato dalla singola banca. Mediante la sentenza in questione la Suprema Corte di Cassazione, Sezione Civile, andando a consolidare il proprio orientamento (Cfr. Corte di Cassazione, I Sezione Civile, sentenza n. 12965 del 22.06.2016), ha ribadito che, sino all’anno 2009, le commissioni di massimo scoperto (CMS) non debbano essere ricomprese nel calcolo del TEG, da determinarsi in conformità alle Istruzioni all’uopo emanate dalla Banca d’Italia, Istruzioni che – per l’appunto – escludevano dal computo del TEG il prefato onere sino al 31.12.2009.

La conclusione cui giunge la Cassazione, Sezione Civile, trae principalmente origine dal 2° comma dell’art. 2 bis del citato decreto legge n. 185 del 2008 – introdotto dalla legge di conversione n. 2 del 28.01.2009 – che da un lato ha espressamente stabilito che: “gli interessi, le commissioni e le provvigioni derivanti dalle clausole, comunque denominate, che prevedono una remunerazione, a favore della banca, dipendente dall’effettiva durata dell’utilizzazione dei fondi da parte del cliente, dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono comunque rilevanti ai fini dell’applicazione dell’articolo 1815 del codice civile, dell’articolo 644 del codice penale e degli articoli 2 e 3 della legge 07.03.1996, n. 108”, dall’altro ha previsto che: “il Ministro dell’Economia e delle Finanze, sentita la Banca d’Italia, emana disposizioni transitorie in relazione all’applicazione dell’articolo 2 della legge 07.03.1996, n. 108, per stabilire che il limite previsto dal terzo comma dell’articolo 644 del codice penale, oltre il quale gli interessi sono usurari, resta regolato dalla disciplina vigente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto fino a che la rilevazione del tasso effettivo globale medio non verrà effettuata tenendo conto delle nuove disposizioni”.

Secondo i Giudici Civili della Suprema Corte, alla sopra citata disposizione normativa non può riconoscersi natura interpretativa, trattandosi – piuttosto – di un intervento di carattere innovativo. Pertanto, tenuto conto che la Banca d’Italia soltanto con l’aggiornamento dell’agosto 2009 delle proprie “Istruzioni” (vigenti per la rilevazione dei tassi soglia decorrenti dal 01.01.2010) ha stabilito che le commissioni di massimo scoperto (e gli oneri equipollenti) rilevino ai fini del calcolo del TEGM, la Cassazione, Sezione Civile, ha ribadito che, sino a tale data (31.12.2009), la verifica della conformità alla normativa antiusura del TEG di un rapporto di conto corrente debba essere fatta escludendo dal suo computo le commissioni di massimo scoperto (CSM).

In sintesi, l’orientamento sul tema assunto dalla I Sezione Civile della Corte di Cassazione si contrappone in maniera netta a quello assunto – sulla stessa questione – dalla II Sezione Penale del medesimo Supremo Collegio: con le sentenze n. 12965 del 22.06.2016 e n. 22270 del 03.11.2016, difatti, i Giudici Civili hanno espressamente criticato le sopra elencate pronunce n. 12028/2010, n. 28743/2010 e n. 46669/2011, mediante le quali i Colleghi della II Sezione Penale – riconoscendo natura interpretativa (e non innovativa) all’art. 2 bis del Decreto Legge n. 185/2008 – avevano giudicato le commissioni di massimo scoperto (CMS) rilevanti ai fini del computo del TEG anche per il periodo antecedente al 2010 e ciò a prescindere dalle difformi indicazioni impartite dalla Banca d’Italia.

Banche e golpe giudiziario: il parere dell’avvocato Luigi Iosa

La Cassazione, Sezione Penale, invece, non risparmiando toni sanzionatori nei confronti della Banca d’Italia, ha sempre fondato le proprie tesi sull’ineludibile – e invero assai chiaro – disposto dell’art. 644 c.p., secondo il quale “per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito”.

Di contro, i Giudici della I Sezione Civile, assumendo un orientamento non condivisibile e peraltro stridente con la natura di “remunerazione dell’obbligo della banca di tenere a disposizione dell’accreditato una determinata somma per un determinato periodo di tempo” attribuita dagli stessi Giudici alla commissione di massimo scoperto, hanno deciso di anteporre le Istruzioni della Banca d’Italia alla norma penale.

Banche e golpe giudiziario: il parere dell’avvocato Luigi Iosa

I Giudici della I Sezione Civile della Corte Suprema di Cassazione dovrebbero chiarire, semmai, come si possa spiegare ad un correntista/imprenditore che le commissioni di massimo scoperto (CMS), da questi pagate sino al 31.12.2009, non rappresentano una “remunerazione collegata all’erogazione del credito” percepita dalla banca: il che è del tutto fuori dalla normativa penale (art. 644 c.p.), introdotta della legge 07.03.1996, n. 108.

Il contrasto insorto tra la giurisprudenza penale e la giurisprudenza civile circa il computo delle commissioni di massimo scoperto (CSM) nel calcolo del tasso effettivo globale (TEG) fino al 31.12.2009 rappresenta un caso quasi unico nella storia della nostra giurisprudenza di legittimità, atteso che la Cassazione Civile ha di fatto invaso il campo della Cassazione Penale in materia di reato (art. 644 c.p.), senza che tale conflitto, tra l’altro, sia risolvibile ricorrendo alla Sezioni Unite, in quanto non è contemplata nel nostro ordinamento giuridico vigente una soluzione a Sezioni Unite (Civili o Penali) per contrasti sullo stesso argomento tra la Cassazione Civile e la Cassazione Penale, anche se la giurisprudenza penale ha una tendenziale prevalenza su quella civile (ciò è desumibile implicitamente anche dall’art. 651 c.p.p.), dal momento che è destinata a garantire una maggiore tutela della collettività rispetto a quella civile.

Non si può sottacere che la materia penale è dominata esclusivamente dalla legge e la legalità si verifica solo mediante il confronto con la norma (art. 644, 4° comma, c.p.). È evidente che il contrasto in questione ha generato una grande sfiducia nella Giustizia da parte dei cittadini consumatori bancari, nonché una loro inevitabile confusione, poiché assistono inermi ad un contrasto giurisprudenziale senza precedenti, dannoso e non sanabile, in pregiudizio del sistema economico, nonostante la funzione di nomofilachia della Corte Suprema di Cassazione.

Per funzione nomofilattica o nomofilachia nel diritto, fino a prova contraria, si intende comunemente il compito di garantire l’osservanza della legge, la sua interpretazione uniforme e l’unità del diritto in uno Stato nazionale.

Tale funzione nell’ordinamento italiano è descritta dall’art. 65 della legge sull’ordinamento giudiziario (R.D. 30.01.1941 n. 12): «La corte suprema di cassazione, quale organo supremo della giustizia, assicura l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni; regola i conflitti di competenza e di attribuzioni, ed adempie gli altri compiti ad essa conferiti dalla legge.

La corte suprema di cassazione ha sede in Roma ed ha giurisdizione su tutto il territorio del regno, dell’impero e su ogni altro territorio soggetto alla sovranità dello Stato».

Funzione che il Regio Decreto del 1941 attribuisce alla nostra Corte Suprema di Cassazione. La funzione nomofilattica della Cassazione si articola in due sottofunzioni ben distinte: da un lato garantire l’attuazione della legge nel caso concreto, realizzando la giurisdizione in senso stretto, dall’altro fornire indirizzi interpretativi “uniformi” per mantenere, nei limiti del possibile, l’unità dell’ordinamento giuridico, attraverso una sostanziale uniformazione della giurisprudenza.

Banche e golpe giudiziario: il parere dell’avvocato Luigi Iosa

Il controllo degli indirizzi interpretativi obbedisce all’elementare esigenza di garantire la certezza del diritto. Infine, con sentenza n. 49318 del 25.10.2016, la II Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione ha modificato, senza seguire un iter logico-giuridico convincente, un suo precedente e costante orientamento sull’elemento soggettivo del reato di usura bancaria.

Infatti, per la Cassazione Penale, l’articolo 644 c.p. richiedeva pacificamente il dolo generico, essendo sufficiente per gli ermellini che l’agente si rappresentasse e volesse farsi dare o promettere, tramite la stipulazione di un contratto a prestazioni corrispettive, interessi usurari, oppure interessi usurari in concreto da persona in difficoltà economico-finanziaria.

Rilevato, altresì, che il tema dell’ammissibilità del dolo eventuale non ha mai destato negli ultimi tempi l’attenzione della giurisprudenza di legittimità, che anzi ha ritenuto implicitamente corretta la risposta affermativa al quesito, la dottrina maggioritaria ritiene del pari, ed in modo pienamente condivisibile, che l’elemento soggettivo sussista anche quando vi sia la prova che l’agente “abbia accettato il rischio che la controprestazione fosse usuraria, cioè che fosse superiore alla soglia legale il corrispettivo ottenuto in promessa o percepito”.

Da segnalare tuttavia, accanto ad un filone intermedio che considera compatibile il dolo eventuale solo per l’usura soggettiva o in concreto (art. 644, 3° comma seconda parte, c.p.) una risalente e recessiva corrente giurisprudenziale (formatasi peraltro nella vigenza della vecchia formulazione dell’art. 644 c.p.) a mente della quale il dolo eventuale non potrebbe trovare cittadinanza nel reato de quo.

Questo orientamento, risalente agli anni ’80, è stato rispolverato all’improvviso dalla II Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione con la citata sentenza n. 49318 del 25.10.2016, che ha sostituito il dolo diretto al dolo generico. Sul punto la Suprema Corte così si è espressa:

“Passando, quindi, al punto della natura dell’elemento soggettivo del reato di usura, si registra un risalente orientamento di questa Corte, anteriore alla riforma dell’art. 644 c.p. ma che conserva – con i dovuti adattamenti perdurante attualità: il reato di usura è punibile solo a titolo di dolo diretto, che consiste nella cosciente volontà di conseguire i vantaggi usurari.

Infatti, il dolo eventuale o indiretto postula una pluralità di eventi (conseguenti all’azione dell’agente e da questi voluti in via alternativa o sussidiaria nell’attuazione del suo proposito criminoso) che non si verifica nel reato di usura in cui vi è l’attingimento dell’unico evento di ottenere la corresponsione o la promessa di interessi o vantaggi usurari, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile (Sez. 2, n. 1789 del 21/06/1983 – dep. 01/03/1984, Gaiotto, Rv. 162875; Sez. 2, n. 6611 del 12/01/1983 – Priotti, Rv. 159935)”.

È superfluo ribadire che tale orientamento giurisprudenziale, ammettendo il dolo diretto in luogo del dolo generico ed eventuale in materia di usura (criminale e bancaria), è in contrasto con i più elementari principi di diritto.

fonte : cblive.it

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interessi anatocistici nel rapporto di c/c, in mancanza di espressa pattuizione, non sono dovuti

con capitalizzazione trimestrale, sia prima che dopo il 2000, interessi anatocistici nel rapporto di c/c, in mancanza di espressa pattuizione, non sono dovuti

interessi anatocistici

interessi anatocistici

interessi anatocistici nel rapporto di c/c, in mancanza di espressa pattuizione, non sono dovuti

Nel rapporto di c/c, in mancanza di espressa pattuizione, non sono dovuti gli interessi anatocistici con capitalizzazione trimestrale, sia prima che dopo il 2000

Gli interessi sugli interessi già maturati: cosa sono e le tre tipologie.

Interessi anatocistici (dal greco tokos = interesse e ana = nuovo) significa interessi sugli interessi già maturati. In altre parole l’interesse maturato viene portato a capitale (=capitalizzazione degli interessi) ed è a sua volta produttivo di altri interessi.
Esistono tre tipi di interessi anatocistici, per quante sono le loro fonti: interessi anatocistici legali, convenzionali e usuali. Sono legali quelli previsti dall’art. 1283 c.c., che dispone che gli interessi possono produrre interessi solo dopo la domanda introduttiva del giudizio e decorrono dal giorno della domanda sugli interessi scaduti e dovuti da almeno sei mesi.

Sono convenzionali quelli che le parti pattuiscono con apposita convenzione che sia successiva alla produzione di interessi e anche in questo caso deve trattarsi di interessi scaduti da almeno sei mesi. Per il combinato disposto degli artt. 1283 e 1284 c.c.questa convenzione sugli interessi per essere valida deve essere stipulata per iscritto.

Sono usuali quegli interessi previsti dalla prima parte dell’art. 1283 c.c. che descrivendo gli interessi legali e convenzionali fa salvi gli interessi previsti dagli usi. Gli usi richiamati da tale norma sono gli usi normativi, caratterizzati cioè da un comportamento ripetuto da parte della generalità degli interessati (usus) accompagnato dalla convinzione che si tratti di un comportamento giuridicamente obbligatorio, cioè conforme ad un precetto di diritto (opinio iuris ac necessitatis).

La capitalizzazione trimestrale si ha generalmente nei rapporti di conto corrente bancario e significa che ad ogni chiusura trimestrale del saldo di conto corrente, gli interessi debitori vengono portati a capitale, producendo così altri interessi. Si tratta di una clausola presente nella stragrande maggioranza dei contratti di conto corrente stipulati con gli istituti di crediti.
Il problema circa la validità della clausola è tutto incentrato circa la natura della clausola stessa. In altre parole se la clausola fosse riproduttiva di un uso normativo la capitalizzazione trimestrale sarebbe valida perché rientrerebbe nella norma dell’art. 1283 c.c. che fa salvi gli usi contrari (usi -abbiamo detto – normativi).

Se invece le clausole bancarie fossero solo usi negoziali (costituiti, cioè, da clausole non scritte di un contratto, vincolanti per i contraenti in quanto si inseriscono nel regolamento contrattuale, salva diversa volontà delle parti) sarebbero nulle perché contrarie alla disciplina dell’art. 1283 c.c..

Normativa sulla trasparenza bancaria e giurisprudenza

La prima giurisprudenza che si è formata sulle clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi ne aveva ammesso la validità sostenendo che le clausole in questione riproducessero degli usi normativi (Cass. 6631/1981, Cass. 4920/1987, Cass. 12675/1998) Successivamente sono intervenute alcune modifiche legislative quali la legge anti usura (L. 108/1966) e le due successive normative sulla trasparenza delle operazioni bancarie (L. 154/1992 e D. Lgs, 385/1993). Alla luce della nuova normativa, le corti di merito hanno mutato il pregresso indirizzo giurisprudenziale statuendo la nullità delle clausole in questione sotto tre profili:

  1. Contrarietà alla normativa sull’usura;
  2. Inefficacia delle clausole perché vessatorie ex art. 1469 bis del c.c…;
  3. Interpretazione degli usi come negoziali, con relativa nullità delle clausole ai sensi dell’art.1283 c.c.

Questo nuovo indirizzo fu poi recepito con tre successive sentenze del 1999 dalla Corte di Cassazione (sent.: Cass. 2374/99,Cass. 3096/99 e Cass. 12507/1999) le quali considerarono che gli usi sottostanti alle clausole di capitalizzazione degli interessi fossero usi negoziali, in quanto mancherebbe l’elemento psicologico dell’uso normativo, costituito dalla spontanea adesione ad un precetto giuridico.
Venne osservato, infatti, che i clienti sottoscrivevano le clausole dei conti correnti bancari non perché ritenute conformi a norme dell’ordinamento, bensì in quanto imposte dagli istituti di credito nell’ambito delle condizioni generali di contratto predisposte dai medesimi istituti, in conformità delle direttive dell’A.B.I., l’adesione alle quali costituiva di fatto la condizione per accedere ai servizi bancari.

Il d. Lgs. 4/8/1999, n. 342 e la Corte Costituzionale n. 425/2000

A seguito del mutamento giurisprudenziale il legislatore è intervenuto a regolare la fattispecie dell’anatocismo con un Decreto legislativo (il n. 342/1999) in base al quale (art. 25) veniva affidata ad una delibera del CICR il compito di stabilire le modalità e i criteri per la produzione di interessi anatocistici assicurando l’identità del periodo di capitalizzazione degli interessi a credito e a debito. L’art. 25 poi rendeva salvi gli interessi anatocistici prodotti in data precedente alla sua entrata in vigore.
Quest’ultima norma però è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Cost. con sentenza n. 425/2000, per eccesso di delega. La delibera del C.I.C.R. ha ripreso la pattuizione dell’art. 1283 c.c. stralciando il riferimento agli usi contrari, di fatto abrogando tale disposto per i contratti bancari e finanziari. Inoltre la delibera ha richiesto, per la validità degli interessi anatocistici (legali e convenzionali), la specifica approvazione per iscritto ed infine ha stabilito che la cadenza di capitalizzazione degli interessi debitori deve essere uguale a quella degli interessi creditori.

La sentenza della Corte di cassazione a SS. UU. N. 21095/2004

La Corte di Cassazione a SS. UU. è stata chiamata a dirimere un ultimo quesito che rimaneva aperto e cioè se l’uso normativo si dovesse ritenere esistente prima del cambiamento dell’indirizzo giurisprudenziale, considerato che, negli anni precedenti, la giurisprudenza lo aveva considerato esistente. Se la risposta fosse stata positiva i clienti delle banche avrebbero potuto richiedere indietro solo gli interessi anatocistici maturati dopo la primavera del 1999. La Corte di Cassazione, però, ha dato al quesito risposta negativa, affermando che l’operazione che compie la giurisprudenza è solo ricognitiva e non creativa del diritto e che, quindi, se anche ha errato nel definire come normativi degli usi che erano solo negoziali, con ciò non ne ha modificato la natura.

Questa importante sentenza ha aperto la strada per i clienti delle banche di richiedere la restituzione di tutti gli interessi calcolati sugli interessi, andando anche a ritroso nel tempo fino all’ordinario termine di prescrizione decennale.

Cosa si può fare contro l’anatocismo

Nei conti correnti stipulati prima della primavera del 1999 tutti gli istituti di credito avevano previsto clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi. Il cliente della banca che in quel periodo e in quello successivo (se il contratto non è stato modificato dopo il 1999) ha avuto sul proprio conto corrente interessi debitori può ripeterli (se pagati) o rifiutare di pagarli (se ancora sussiste il debito).

La prima cosa da fare è quella di richiedere alla banca (ai sensi degli artt. 117 D. Lgs. 385/1993) il contratto di conto corrente e tutti gli estratti conto del periodo in cui sono maturati interessi debitori. La seconda fase prevede l’intervento di un consulente (101 professionisti si avvale di tali consulenti) per il calcolo della differenza tra gli interessi anatocistici pagati (o da pagare) e quelli, invece, effettivamente dovuti. Successivamente si scrive alla Banca chiedendo la ripetizione di quanto pagato in più e se la banca (come spesso accade neppure risponde) agire in giudizio con atto di citazione. Capita spesso che sia la banca ad agire per prima con un decreto ingiuntivo a mezzo del quale si ingiunge al cliente di pagare il capitale e tutti gli interessi, il cliente, a quel punto, ha 40 giorni di tempo per fare opposizione a quel decreto ingiuntivo, in modo da chiedere al giudice di decurtare dalla somma richiesta quella relativa agli interessi anatocistiti. Non solo, ma a volte accade che gli interessi anatocistici richiesti dalla banca abbiano superato il tasso soglia dell’usura; in tal caso il cliente potrà richiedere indietro tutti gli interessi sulla base dell’art. 1815 c.c. che sancisce la nullità della clausola degli interessi se questi sono usurai. I costi della procedura non sono alti:

  • si parte da euro 150 per la quantificazione di quanto la banca vi deve restituire.
  • dal 1 marzo 2002, è dovuto un contributo unificato per le liti giudiziarie, che varia a seconda del variare dell’importo della causa, e corrisponde a circa euro 150.
  • oltre a questo, ci sarà un altro costo che è strettamente legato alle spese vive da affrontare in un processo e che si aggira intorno a € 500,00 (se il giudice lo richiederà, occorrerà avanzare le spese per una perizia tecnica degli estratti conti).

Alla fine, la banca restituirà le maggiori somme trattenute, oltre interessi e rivalutazione; il giudice liquiderà gli onorari all’avvocato a carico della banca, disporrà la restituzione del contributo unificato, delle altre spese anticipate nel giudizio (compresa la perizia) ed il cliente riavrà quanto anticipato anche in termini di costo.

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analizziamo i contratti di mutuo, leasing ed operazioni di finanziamento in generale al fine di verificare il superamento delle soglie usura individuate trimestralmente dal Ministero del Tesoro ai sensi della l.108/96 ed evidenziare l’eventuale presenza di illegittimità sia in termini di usura contrattuale che di usura sopravvenuta.

Conclusa l’analisi, consegneremo una perizia immediatamente utilizzabile, la perizia contiene una sezione di inquadramento giurisprudenziale e normativo costantemente aggiornata e tutti i dati, le tecniche di ricalcolo e i risultati commentati: la descrizione analitica avviene grazie a sofisticati algoritmi di business intelligence.

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