Anatocismo, Usura Bancaria, Analisi econometriche

Anatocismo bancario e profili tributari

Prima di affrontare il tema dell’anatocismo bancario

Anatocismo bancario e profili tributari
Anatocismo bancario e profili tributari

Anatocismo bancario e profili tributari

Anatocismo, Usura Bancaria,Anomalie bancarie

Prima di affrontare il tema centrale di questo articolo ritengo indispensabile permettere che chi scrive è un avvocato civilista che si propone di affrontare e rendere accessibile a chiunque non abbia quotidianamente a confrontarsi con il tema specifico, una delicata questione in una materia, quella tributaria, di per se stessa ostica, a causa di una legislazione ed una giurisprudenza dalle peculiarità tali da renderla poco comprensibile, talvolta, anche agli addetti ai lavori.
Ripercorriamo innanzitutto i punti fondamentali dell’evoluzione della tematica relativa all’anatocismo bancario, sotto l’aspetto sia legislativo che giurisprudenziale, che ha avuto la sua massima espressione nel decennio scorso.
E’ molto probabile che chi legge sia già a conoscenza della nota sentenza del 4/11/2004 nella quale le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno definitivamente posto fine alla questione dell’anatocismo bancario illegittimamente praticato dalla totalità degli Istituti Bancari italiani; si legge infatti nella massima riassuntiva pubblicata sulla rivista Foro Italiano: “La legittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito del correntista bancario va esclusa anche con riguardo al periodo anteriore alle decisioni con cui la Suprema Corte, ponendosi in contrasto con l’orientamento sin lì seguito, ha accertato l’inesistenza di un uso normativo idoneo a derogare al precetto dell’art. 1283 c.c. in quanto difettano i presupposti per riconoscere, anche con a detto periodo (e nonostante l’opposto orientamento espresso dalle pronunce dell’epoca), la convinzione dei clienti circa la doverosità giuridica di tale prassi” (Cass. S.U. 04.11.04 N. 21095)
Tale autorevole precedente giurisprudenziale, essendo stato pronunciato dalle Sezioni Unite della Suprema Corte, vincola per legge il potere decisionale di ogni analoga questione posta al vaglio di ogni singola Sezioni della Suprema Corte, nonché ovviamente dei giudici di merito, stabilendo pertanto certezza giuridica relativamente all’illegittimità dell’anatocismo.
Il testo della massima sopra riportata ha infatti posto fine al contrasto giurisprudenziale sorto in relazione alla legittimità o meno dell’anatocismo bancario. Tale definitivo principio suffraga un indirizzo giurisprudenziale già in precedenza instauratosi, come dimostrano le passate sentenze, più oltre richiamate, che avevano già stabilito “la clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente di una banca è nulla in quanto essa risponde ad un uso negoziale e non normativo, ancorché la clausola medesima sia nello specifico contratto, dichiarata conforme alle N.B.U., giacché anche queste costituiscono usi negoziali”.(cfr. Trib. Vercelli 21.07.93; Trib. Napoli 24.04.1997; Trib. Busto Arsizio 15.06.1998; Trib. Monza 16.02.1999; Cass. n. 12507/99; Cass. n. 3096/99; Cass. N. 1281/02; CAss. n. 14091/02; Cass. n. 13739/03; Cass. n. 4498/02; CAss. n. 44090/02).
Possiamo quindi affermare che anche la giurisprudenza precedente alla sentenza delle S.U. della Corte di Cassazione aveva statuito, frequentemente, l’inesistenza di un uso normativo idoneo a derogare ai limiti di ammissibilità dell’anatocismo previsti dall’art. 1283 c.c., ossia l’ipotesi d’interessi dovuti per almeno sei mesi oppure la proposizione di una domanda giudiziale o il perfezionamento di una convenzione successiva alla scadenza degli interessi stessi.
E’ noto infatti che l’anatocismo, ovvero la produzione indefinita di interessi sugli interessi, è consentita esclusivamente nel caso in cui a tal fine sia stata presentata specifica domanda giudiziale oppure sia stata stipulata idonea convenzione posteriore di almeno sei mesi alla loro scadenza.
A tale sentenza, ne è seguita un’ altra di estrema importanza come verrà detto oltre, nel 2010, sempre della Cassazione a S.U. e quindi come tale vincolante sia per le tutte le Sezioni della Corte stessa, sia per i Giudici di merito, riguardante l’inizio della decorrenza della prescrizione dell’azione di ripetizione degli interessi anatocistici nel conto corrente bancario (Cass. S.U. 2 dicembre 2010 n°24418).
Il quadro giurisprudenziale di legittimità infine viene completato dalla sentenza avente effetti retroattivi n. 425 della Corte Costituzionale pubblicata il 17.10.2000.
Con la sentenza n. 425/2000, la Corte Costituzionale accogliendo i dubbi di costituzionalità sollevati da alcuni tribunali di merito (Cfr Trib. Lecce 21.10.99; Trib. Benevento 25.10.99; Trib. Brindisi 8.11.99; Trib. Civitavecchia 14.01.2000; Trib. Lanciano 10.04.2000; trib. Pescara 22.05.2000; C. App. Lecce 03.02.2000) ha definitivamente sancito l’illegittimità costituzionale del III comma dell’art. 25 Dlgs 342/99 secondo cui “le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data dell’entrata in vigore della delibera del CICR di cui all’art. 120 T.U.B. (09.02.2000 ndr) sono valide ed efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate al disposto della menzionata delibera, che stabilirà altresì le modalità e tempi di adeguamento “e, conseguentemente, della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi operata dagli Istituti di Credito.
E’ noto che la dichiarazione d’incostituzionalità di una norma comporta la caducazione dei soli effetti non definitivi e, nei rapporti ancora in corso alla data di pubblicazione della sentenza, anche degli effetti successivi.
L’annullamento con efficacia ex tunc del terzo comma dell’art. 25 Dlgs 342/99, al quale peraltro non si poteva certamente attribuire efficacia retroattiva, ha definitivamente risolto ogni problema d’interpretazione della medesima norma, ormai espunta dall’Ordinamento Giuridico, riconducendo tutti gli elementi caratterizzanti la fattispecie della produzione di interessi nei contratti intercorrenti tra Banche e clienti al dettato dell’art. 1283 c.c. che, come già detto, vieta espressamente l’anatocismo trimestrale illegittimamente praticato dagli Istituti di Credito. Va da sé che il lettore attento avrà già capito la notevole entità dell’impatto in conseguenza delle precedenti Sentenze citate su società di grandi dimensioni che hanno fatto ricorso pluriennale al credito bancario al punto da poter lecitamente immaginare che un ricalcolo di interessi e competenze illegittimamente addebitate possa, talvolta (come in effetti è avvenuto in casi reali), produrre come effetto un saldo attivo per il cliente sia temporaneo sia definitivo alla data di chiusura del conto. Ma vi è di più, in base alla sentenza succitata delle Sezioni Unite della Suprema Corte del 2010 il termine prescrizionale decennale per la ripetizione d’indebito, proposta del cliente di una banca, decorre dalla data di chiusura del conto e ciò per la natura giuridica del contratto di conto corrente di corrispondenza, che ha natura unitaria, benché costituito da una pluralità di operazioni, con la conseguenza che solo dalla chiusura del rapporto può decorrere il termine prescrizionale del diritto ad ottenere la restituzione delle somme indebitamente percepite.
Le pronunce dei Giudici di merito che sono seguite alla succitata sentenza della Corte di Cassazione muovono dunque da un unico denominatore comune, ovvero dal fatto che l’addebito conseguente alla capitalizzazione trimestrale degli interessi altro non è che un’annotazione contabile operata dalla banca nell’ambito del rapporto di conto corrente. Il concetto di adempimento viene definito da consolidata giurisprudenza quale “atto dovuto, il che evidenzia il carattere esecutivo dell’adempimento, quale attuazione di un obbligo gravante sul debitore” (Cfr Cass. n. 530/92 ).
Dunque, stabilito che il rapporto tra banca e cliente va considerato in modo unitario, si può affermare, senza tema di smentita, che soltanto con la chiusura del conto che si verifica l’esistenza di un saldo attivo o passivo, nella formazione del quale ovviamente non si potrà tenere conto degli interessi anatocistici annotati, attesa la nullità della clausola che li prevede. Dalla conclusione del rapporto contrattuale decorrerà dunque il termine per ottenere quanto indebitamente trattenuto dalla banca a titolo di capitalizzazione trimestrale degli interessi.
Ulteriore incremento all’intervento dell’Autorità Giuiziaria in materia di ripetizione di indebite somme trattenute illegittimamente dagli Istituti Bancari è stata data dalla limitazione alla possibilità del cosiddetto ius variandi da parte della banca.
La facoltà della banca di variare il tasso d’interesse (c.d. “ius variandi” appunto) è stata prevista dal Legislatore solo come eventuale e per ragioni di carattere macroeconomico di tipo compensativo al fine di evitare alterazioni della sinallagmaticità del rapporto ed in considerazione della natura dei contratti bancari i quali sono in tutta evidenza contratti di durata. Per tale ragione ed in ossequio alla ratio ispiratrice del T.U.B. l’art. 118 prevede che: “Nei contratti a tempo indeterminato può essere convenuta, con clausola approvata specificamente dal cliente, la facoltà di modificare unilateralmente i tassi, i prezzi e le altre condizioni previste dal contratto qualora sussista un giustificato motivo. Negli altri contratti di durata la facoltà di modifica unilaterale può essere convenuta esclusivamente per le clausole non aventi ad oggetto i tassi di interesse, sempre che sussista un giustificato motivo.
2. Qualunque modifica unilaterale delle condizioni contrattuali deve essere comunicata espressamente al cliente secondo modalità contenenti in modo evidenziato la formula: “Proposta di modifica unilaterale del contratto”, con preavviso minimo di due mesi, in forma scritta o mediante altro supporto durevole preventivamente accettato dal cliente. Nei rapporti al portatore la comunicazione è effettuata secondo le modalità stabilite dal CICR. La modifica si intende approvata ove il cliente non receda, senza spese, dal contratto entro la data prevista per la sua applicazione. In tale caso, in sede di liquidazione del rapporto, il cliente ha diritto all’applicazione delle condizioni precedentemente praticate (…) Le variazioni contrattuali per le quali non siano state osservate le prescrizioni del presente articolo sono inefficaci, se sfavorevoli per il cliente”.
Deve invece riconoscersi piena validità alle variazioni favorevoli al correntista operate dalla banca; tale diverso regime di efficacia delle variazioni bancarie in questione è imposto non soltanto dal chiaro disposto degli artt. 6 e 118 TUB che sanzionano d’inefficacia soltanto le variazioni “sfavorevoli” per il cliente nonché, dall’art. 127 TUB, che sancisce (al pari del previdente art. 11 della Legge n. 154 del 1992) la derogabilità delle disposizioni precedenti “solo in senso più favorevole al cliente”.
Per tale motivo, è pacifico nella stessa Giurisprudenza di legittimità che, “in materia di contratti bancari, ai sensi del combinato disposto degli artt. 6 e 4 legge n. 154 del 1992 e 118 D.Lgs n. 385 del 1993, in ipotesi di variazioni delle condizioni contrattuali in senso sfavorevole per il cliente, l’obbligo di comunicazione al cliente medesimo sussiste per la banca solamente se ed in quanto essa abbia esercitato il diritto, contrattualmente previsto, di variare unilateralmente ed in senso sfavorevole alla controparte talune condizioni del contratto medesimo” (Cfr Cass. Sez. 3, n. 16568 del 25.11.2002 )
E’ appena il caso di notare che la suddetta nullità/inefficacia – “protettiva del cliente e rilevabile d’ufficio ex art. 1421 c.c. – non potrebbe essere superata dalla approvazione tacita degli estratti del conto corrente da parte del correntista, ai sensi dell’art. 1832 c.c.. E’ infatti noto che: “la mancata tempestiva contestazione dell’estratto conto trasmesso da una banca al cliente rende inoppugnabili gli addebiti soltanto sotto il profilo meramente contabile, ma non sotto i profili della validità dell’efficacia dei rapporti obbligatori dai quali le partite inserite nel conto derivano: in tal caso, infatti, l’impugnabilità investe direttamente il titolo ed è regolata dalla norme generali sui contratti”.(Cfr Cass. n. 12507/1999; Cass. n. 1978/1996; Trib. Genova 55/2002; C. App. Lecce 598/2001)
Ne consegue che gli “adeguamenti migliorativi” per il cliente operati dalla banca in pendenza di rapporto (adeguamenti astrattamente riferibili a maggiorazioni del tasso d’interesse creditore, a diminuzioni del tasso di interesse debitore, delle commissioni e delle spese, alla riduzione dello scarto tra data e valuta per le operazioni in accreditamento o aumento dello scarto medesimo per le operazioni di addebito etc) sono pienamente validi ed efficaci, mentre deve riconoscersi l’inefficacia delle variazioni sfavorevoli al cliente.
Per quanto concerne invece la retroattività di suddette variazioni, occorre premettere che la delibera del CICR del 04 marzo 2003 concernente le modalità di comunicazione alla clientela delle variazioni unilaterali delle condizioni economiche sfavorevoli al cliente, si limita ad introdurre modalità d’esecuzione del principio già sancito dal Legislatore con l’art. 118 T.U.B.
Dall’art. 118 T.U.B. è possibile infatti ricavare tre dati normativi a tutela del cliente; il primo consiste nel fatto che le variazioni delle condizioni economiche debbano avere carattere generale ovvero debbano essere comuni a tutti i clienti, tanto che prima di essere comunicate devono essere attuate mediante idonea pubblicazione. Il secondo è che il medesimo articolo riconosce al cliente, in seguito all’avvenuta comunicazione delle variazioni, il diritto di recedere dal contratto senza penalità. Infine il terzo è che in caso di recesso il cliente ha diritto di ottenere, in sede di liquidazione del rapporto, l’applicazione delle condizioni precedentemente praticate.
***
Alla luce del quadro normativo e giurisprudenziale di legittimità e di merito, unitamente agli interventi legislativi e regolamentari succedutisi negli anni recenti appare chiaro come tali presupposti abbiano consentito ad avvocati d’impresa e professionisti -che hanno avuto modo di occuparsi prevalentemente di aziende, ovvero di persone giuridiche che abitualmente fanno ricorso in larga misura al credito bancario- di vedere situazioni apparentemente debitorie per il correntista, per centinaia di migliaia di euro, ridursi di molto ed in alcuni casi addirittura trasformarsi in posizioni creditorie, sia con riguardo al saldo finale sia-più spesso-per essere andate virtualmente a credito in uno o più periodi del rapporto bancario.
Da qui il problema, non indifferente, del trattamento tributario di tale rimborso, sia per chi ha operato nell’ambito della sfera giuridico-patrimoniale dell’impresa e nell’ambito del lavoro autonomo, sia per chi ha operato nell’ambito della sfera giuridico-patrimoniale privata. Chi tratta professionalmente la materia tributaria (Commercialista, Avvocato, Consulente di Tribunale, Magistrato, ecc.) non può non aver già intuito lo stretto legame problematico tra diritto civile e diritto tributario che entrambe le situazioni sopra prospettate inevitabilmente abbiano creato relativamente al disposto dell’art. 26, DPR 29 settembre 1973, n° 600, il quale attraverso vari interventi legislativi che hanno modificato nel tempo la ritenuta sugli interessi attivi (per il correntista), stabilisce quanto e quando la banca, in qualità di sostituto di imposta, deve trattenere periodicamente (attualmente fissata al 27%). Da questa prima lettura della normativa riguardante l’obbligo di corresponsione di una percentuale a titolo impositivo da parte della banca in qualità di sostituto di imposta del correntista percipiente di interessi attivi, si pongono solo poche certezze e diversi interrogativi. È certo infatti che solo una sentenza passata in giudicato in una causa civile tra banche e correntista potrà dare certezza ad una mera eventualità: ovvero la possibilità che in alcuni casi il correntista sia stato a) temporaneamente in attivo, oppure b) lo sia stato alla fine del rapporto. La situazione prospettata sub a) provocherà conseguenze diverse sotto il profilo tributario, a mio avviso, a seconda che ciò sia avvenuto 4 piuttosto che 10 anni prima dell’esito del giudizio. Se infatti la banca ha capitalizzato illegittimamente passività inesistenti non ha corrisposto interessi attivi che una corretta gestione del denaro avrebbe invece generato e dovrà corrispondere a quel correntista interessi a loro volta maggiorati per via della loro legale capitalizzazione annuale.
La questione civilisticamente chiara, lo è meno sotto il profilo tributario, e non è affatto facilmente risolvibile se non si affronta preventivamente una questione della massima importanza: l’Erario è parte nella causa civile? Il giudice è obbligato a segnalare all’Ufficio delle Entrate la situazione? E ancora: può il magistrato civile disporre trasferimenti di denaro di cui (in parte) nessuna delle due parti in causa potrebbe aver titolo ad ottenere ?
Andiamo per ordine. Alla prima domanda mi sentirei di escludere che la Pubblica Amministrazione possa essere qualificata come litisconsorte necessario (art.102 c.p.c.), non fosse altro per l’assoluta incertezza del ruolo di creditore di un’imposta che non è dato sapere all’ inizio del giudizio se verrà ad esistenza ed in caso affermativo se sia esigibile all’esito della causa in virtù di eventuali decadenze nel frattempo intervenute.
Né mi pare, per rispondere al secondo interrogativo, che un magistrato civile sia obbligato da alcuna norma ad ordinare ad alcuna delle parti in causa una integrazione del contraddittorio (art.102, secondo comma, c.p.c.), prima ancora di aver almeno una idea di massima sull’esito di una causa ancora da istruire e non quantificabile economicamente, se non dopo almeno aver espletato una consulenza contabile sempre indispensabile in questo genere di cause che vede normalmente solo due parti contendere e il Magistrato decidere secondo giustizia dettata da regole civilistiche e null’altro, lasciando quindi alle parti l’onere di adempiere ad eventuali obbligazioni di carattere tributario che dovessero scaturire dalla sentenza. Personalmente potrei portare la mia testimonianza su cosa è stato deciso in casi di questo tipo, ma la diversità delle soluzioni adottate di volta in volta rischierebbe solo di complicare ulteriormente lo scenario già di per sé non chiaro.
Detto ciò, coordinando le diverse disposizioni in materia civilistica, procedurale e tributaria non mi pare che il rimborso, qualora stabilito dal giudice, possa essere qualificato diversamente da un provento di natura straordinaria, pur trattandosi d’interessi, qualificare gli stessi come interessi compensativi, non avendo una vera e propria natura risarcitoria, con la conseguenza che, a livello tributario, lo stesso rimborso può configurarsi, essendo relativo a periodi d’imposta pregressi, come una vera e propria sopravvenienza attiva, in quanto derivante da evento inatteso ed imprevedibile.
Se tale impostazione appare corretta, per i lavoratori autonomi e ai fini dell’imposizione diretta, detti proventi si dovrebbero ritenere esclusi dalla formazione del reddito professionale, in assenza di una norma specifica in tal senso (si ricorda che le sopravvenienze attive del professionista non sono imponibili) e ancorché derivanti da oneri, dedotti in precedenza (interessi passivi), in quanto restano esclusi dal reddito professionale (art.54 del Tuir), i proventi, le indennità, le cessioni aventi progetto diverso dal comprensivo professionali.
Discorso diverso e più complicato appare invece a quello da farsi per le imprese, dal momento che l’articolo 88 del d.p.r. 917/1986 (Tuir) pone una prima condizione per la tassazione delle sopravvenienze attive, ossia che le stesse devono essere tassate se conseguite “a fronte di spese, perdite e oneri dedotti o di passività iscritte in bilancio nei precedenti esercizi ….. nonchè la sopravvenuta insussistenza di spese, perdite e oneri dedotti o di passività iscritte in precedenti esercizi” ; tali disposizioni devono essere coordinate anche con quelle presenti nell’art.96 del medesimo Tuir che impongono la deducibilità degli interessi passivi per ciascun periodo di imposta, fino a concorrenza degli interessi attivi, limitando la deducibilità dell’eccedenza al 30% del risultato operativo lordo (Rol) con rinvio dell’ulteriore eccedenza a periodi successivi.
Come conseguenza di quanto fin qui detto, se la ditta individuale o il soggetto collettivo/società è soggetto alla determinazione del reddito d’impresa, secondo i canoni indicati dagli articoli 55 e seguenti del Tuir, assodato che il rimborso degli interessi per anatocismo si riferisca ad interessi dedotti negli anni precedenti, non può esserci alcun dubbio sul fatto che gli stessi formino proventi tassabili, giacché derivanti da oneri dedotti in passato.
Un’ultima annotazione, non certo di scarsa importanza, va fatta circa i diversi termini in materia di prescrizione, ovvero, sotto il profilo civilistico 10 anni dalla chiusura del rapporto di conto corrente con la banca ha a favore del correntista a ed ha il minor a termine indicato dall’arte. 43 ha va fatta relativamente all’articolo 43 letto in relazione alla decadenza dell’Ufficio ad eventuali accertamenti .

www.usurainbanca.it
Please follow and like us:
0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *