Anatocismo, Usura Bancaria, Analisi econometriche

Il reato di usura è mobile e di fatto senza limiti?

Il reato di Usura è mobile

Sa che il livello in cui scatta il reato di usura è mobile e di fatto senza limiti?

Il reato di usura è mobile e di fatto senza limiti?
Il reato di usura è mobile e di fatto senza limiti?

Anatocismo, Usura Bancaria,Anomalie bancarie

Matteo, Signor Presidente del Consiglio, sa come funziona la legge sull’usura in Italia? Sa che il livello in cui scatta il reato di usura è mobile e di fatto senza limiti? Non ci crede? Il metodo di calcolo che affida alla Banca d’Italia il compito di fissare per i differenti tipi di finanziamento il tasso massimo al di là del quale diventa usura è stato introdotto dal decreto legge 70/2011, che ha modificato l’art. 2, comma 4 della legge 108/96.

Il calcolo da fare è questo: la Banca d’Italia rileva ogni trimestre il tasso medio effettivo per ciascuna categoria, lo aumenta del 25% e aggiunge a questa soglia quattro punti base. Il risultato mette paura: tassi che, per esempio, per lo scoperto senza affidamento possono arrivare a essere usura quando sono pari al 24,16% fino a uno sconfino di 1.500 euro. Sa qual è il tasso medio effettivo applicato nell’ultimo trimestre? Il 16,18%. Certo, lontano dall’usura: ma comunque enormemente alto. Si dirà, ma quando una persona o una società sconfina è giusto che paghi per così dire l’infrazione. Bene: vediamo com’è la situazione per i crediti personali senza limite di importo: il tasso medio effettivo è il 12,12%, il tasso soglia dell’usura ben il 19,15%; eh sì, perché più alto è il tasso effettivo e più alto in assoluto è il 25% da aggiungere con in più i 4 punti base. In ogni caso il campionario di questi tassi effettivi che, se non ci fosse la citata legge, non potrebbero non essere considerati di usura, è ben dettagliato all’interno di questo giornale, nell’inchiesta di Paola Valentini e Roberta Castellarin.

Non solo agli occhi di cittadini e imprenditori ma ancor più a quelli degli esperti questi tassi vengono ritenuti quasi usura, perché a tutti è noto che il tasso di sconto presso la Bce non è stato mai così basso come oggi, cioè lo 0,15%. Ed è altrettanto noto che la banca centrale guidata da Mario Draghi sta di fatto concedendo alle banche tutta la liquidità che vogliono. Come mai allora le banche si sentono autorizzate a praticare tassi effettivi tanto alti, che nel calcolo di Bankitalia sono medi, cioè frutto di tassi più bassi ma anche di tassi ben più alti, probabilmente vicini all’usura?

La risposta di un onesto bancario che ha parlato su queste colonne la settimana scorsa i lettori la conoscono già ma vale la pena ripeterla: oggi il cavallo sano non beve, nel senso che le aziende che vanno bene (e per fortuna ce ne sono soprattutto fra gli esportatori) non hanno bisogno di denaro, ma sono a loro che le banche concedono linee di credito cospicue; non tirando denaro le banche non incassano il differenziale di tasso fra quello di raccolta e quello che pagano i debitori, che per quanto contenuto trattandosi di aziende sane e liquide produrrebbe comunque un utile; a chiedere denaro sono invece le altre due categorie di aziende: quelle che non vanno bene ma che possono riprendersi, e quelle che invece sono vicine al default. A queste ultime le banche non fanno proprio credito o, sostenendo che sono ad altissimo rischio, lo prestano a tassi vicini all’usura; a quelle sul filo del rasoio le banche fanno credito, ma a tassi molto alti, anche se non vicini all’usura.

È evidente che una spirale perversa come quella che si è innescata porta inevitabilmente alla recessione, alla deflazione e alla fine al fallimento di un Paese con sommovimenti di folla per la disoccupazione e la miseria.

Come si può evitare il disastro? Intanto rottamando la attuale legge per il calcolo delle soglie di usura. Il presidente Renzi è il re dei rottamatori e quindi non può farsi sfuggire una norma così distorcente e iniqua nel contesto attuale del costo del denaro per le banche e della liquidità di cui dispongono. Naturalmente non si tratta di scaricare il fardello sulle banche, perché già ne hanno non pochi da sopportare. Ma c’è da riflettere su una modifica normativa, che stabilisca che la base di calcolo non deve essere il tasso medio effettivo ma il tasso corrispondente al costo della raccolta. Se il denaro costa così poco (anzi quasi zero) come mai è costato, non è corretto che le banche ne approfittino al punto in cui avviene oggi. Con il che, in primo luogo, si spingono le banche a una maggiore efficienza. Efficienza che deve derivare anche da un completo cambiamento di regole interne imposte alle banche dalle banche centrali nazionali.

È noto che oggi a comandare sono i signori dei crediti e in particolare dei crediti problematici; il potere che la banca centrale nazionale ha affidato a questi signori è tale che contano in molti casi più dei direttori generali e degli amministratori delegati. Con la generazione di fenomeni distorsivi e corruttivi. Ma soprattutto con una via univoca alla valutazione del rischio di un’azienda: cioè il freddo calcolo attraverso il computer dei dati di quella società per arrivare, con la formuletta magica, al rating. Senza nessuna conoscenza o senza nessun interesse a conoscere i programmi dell’azienda, la qualità di chi la gestisce, il contesto di mercato in cui opera.

Qui non si dice che devono essere tagliati i margini delle banche, che costituiscono un ganglo fondamentale del sistema. Ma si dice che, richiamando i capi degli istituti di credito a misurarsi sull’efficienza, operazione che diventa obbligatoria partendo dal costo della raccolta e non dal tasso effettivo applicato, si rendono davvero sane le banche e si ottiene anche un respiro per le aziende che chiedono credito per salvarsi, perché i tassi che dovranno pagare saranno sicuramente più bassi di quelli che pagano, che essendo altissimi non fanno altro che spingere sempre più verso il baratro le aziende che già sono pericolanti.

Si dice che le crisi hanno l’effetto darwiniano di pulire il mercato: è vero, ma quando la crisi dura, ininterrotta e sempre più grave da ormai sette anni, o si decide di far ripartire un ciclo positivo aiutando chi può ancora produrre e quindi generare ricchezza e creare posti di lavoro, oppure si spingerà sempre più verso il baratro aziende che hanno tutte le risorse umane, di prodotto, di management per essere salvate.

Quindi, il primo passo, mentre il Parlamento dovrà approvare una legge per il calcolo delle soglie di usura basato sui costi di raccolta e non sul tasso effettivo medio praticato, la prima mossa la deve fare Bankitalia. Non basta che il serio governatore Ignazio Visco dichiari, come ha fatto più volte, che nelle banche servono sempre di più uomini capaci di valutare le capacità di ripresa delle diverse società. In pratica Visco dice che ci vogliono bancari e banchieri che hanno il gusto di scoprire il vero volto e le reali potenzialità delle aziende, entrandoci dentro, dialogando, e non fermandosi solo ai numeri del computer per far uscire il numerino magico del rating. Sì, ma se non vengono ricondotti nell’ambito di una governance corretta, che lascia il potere finale di decidere ai capi, le parole di Visco saranno parole al vento.

Perché il governatore Visco, sì, proprio lui in persona, non prova a fare un viaggio fra i centri produttivi della Brianza? Lo spettacolo è desolante. Aziende che apparivano floride, robuste, con imprenditori orgogliosi del proprio lavoro, sono oggi chiuse. Una confraternita che gestisce il servizio ambulanze, di un paese vicino a Lecco, ha bisogno di garage più grandi. Appena si è sparsa la voce, le sono arrivate decine di offerte di capannoni dove fino a poco tempo fa c’erano attività produttive e centinaia di operai impegnati nel lavoro. Stanno andando male le aziende meccaniche; non parliamo delle aziende dell’abbigliamento: sì, potrebbero anche vendere quanto vendevano prima, ma da almeno cinque stagioni non ricevono pagamenti dai negozi, che poi in molti casi chiudono. In questo momento in Brianza lavorano solo le aziende di stampaggio per l’industria automobilistica tedesca, ma stanno completando gli ultimi ordini, perché anche dalla Germania arrivano, come ormai è chiaro, solo segnali di recessione e odore di deflazione.

«Ho spesso difeso la politica della cancelliera Angela Merkel», diceva in forma privata pochi giorni fa Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit e quindi il più internazionale dei banchieri italiani, «oggi non posso più farlo: oggi ci sono in Germania tre o quattro centri di ricerca che stanno attaccando frontalmente la politica della Merkel. Non si capisce come con quel surplus di bilancia dei pagamenti non si facciano investimenti pubblici e privati, anche nelle infrastrutture piuttosto vecchie. Se si facessero, la macchina si rimetterebbe in moto». In conclusione, sembra oggi palese che il governo tedesco preferisca la recessione e la deflazione allo sviluppo. Ma questa non è una novità.

Una novità è invece che Unicredit, dopo aver tirato capitali importanti dalla Bce, si sia deciso a fare quanto Visco auspicava senza aspettare che Bankitalia corregga la governance. Un piccolo esercito di varie centinaia di uomini e donne con la migliore preparazione all’interno della banca sta per fare un nuovo mestiere, definibile di fatto consulente delle aziende. Per conoscerle, sostenerle, aiutarle con una rettifica dei rating che indicherebbero zero credito. Naturalmente, occorre che le aziende abbiano risorse umane, tecniche e manageriali per potersi salvare. Comunque verso queste aziende, che Unicredit ha già classificato, il rischio della banca aumenterà, ma se non aumenta diminuiranno sempre più drasticamente i posti di lavoro, quindi anche i clienti della banca. Da sopra o da sotto, la spirale perversa va interrotta, e gli strumenti per limitare il rischio ci sono: nella bella super torre di Unicredit, nel nuovo centro direzionale di Milano, stanno pensando di attivare sempre più l’assicurazione del credito, anche a costo di pagarne la banca il costo. Una polizza di assicurazioni del resto che cos’è, se non una ripartizione del rischio su più soggetti? Applicare il principio assicurativo in modo scientifico ai crediti (ed esistono compagnie più che specializzate in questo campo, a cominciare dalla Sace in odore di essere privatizzata) può essere un primo passo per invertire il ciclo. C’è da augurarsi che Unicredit lo faccia e che le altre banche lo imitino.

Ma c’è anche da augurarsi, Signor Presidente del Consiglio, che fra le riforme urgentissime da attuare ci sia una legge (o perché no, un decreto legge) per modificare un metodo di calcolo delle soglie di usura che poteva andare bene quando non c’era la crisi e che oggi, nella più grave crisi che si ricordi almeno per durata, genera distorsioni gravissime e soprattutto una scollatura fra quanto la gente apprende dalla bocca di Draghi e quanto poi si trova a leggere negli estratti conti delle banche.

Oggi nelle banche serpeggia il terrore: per riportare serenità e per riportare le banche a fare bene il loro mestiere non basta che la Bce, nonostante l’opposizione irriducibile di alcuni irriducibili tedeschi, offra denaro a basso costo, anzi quasi senza costo. Occore la riforma della governance che il governatore Visco deve avere il coraggio di varare, per essere consequenziale con quanto auspica in termini di bancari e banchieri capaci di valutare il merito del rischio senza il magico rating. Occorre che i capi delle banche, come sta facendo Ghizzoni, si ingegnino per trovare metodi utili a finanziare soprattutto le aziende che ancora possono essere salvate con i loro posti di lavoro. Occorre che il governo sappia riformare una legge sull’usura che attualmente genera usura, che non può essere chiamata usura ma che usura è, vanificando gli sforzi di quel San Sebastiano trafitto dalle frecce, che è Draghi. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai

Fonte: italiaoggi.it

www.usurainbanca.it

www.usurainbanca.it
Please follow and like us:
0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *